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L’indomabile asocialità dei ricchi

dom, lug 18, 2010

Generale

Da qualche tempo a questa parte, meglio di tutti, il Corriere della Sera sta fotografando in modo impietoso lo stato dell’economia italiana. Due in particolare i commentatori, a mio avvviso, più precisi e lucidi: Sergio Romano ed Ernesto Galli Della Loggia. Di quest’ultimo pubblico l’editoriale di ieri, domenica 18 Luglio. Nel farlo ricordo una domanda posta da Merkurmarkus (rimasta senza risposta) : nuoce di più all’economia un vu cumprà o un evasore fiscale?

Credo sia giusto dibattere animatamente (e finalmente nei limiti della correttezza) di cose locali, ma non possiamo dimenticare il quadro generale in cui la nostra situazione è compresa (e meglio si comprende). Non sono cose che non ci riguardano, anzi. Affrontare tematiche larghe può aiutare, un po’ alla volta, a vedere un po’ più lontano, a scegliere persone che abbiano davvero a cuore il futuro dello stare insieme, e a pensare scenari più giusti, prima che lo scontro sociale si radicalizzi.

Rodolfo

CETI ABBIENTI E SENSO DELLO STATO

I dati sono ampiamente noti. Ma voglio ricordarli per l’ennesima volta riprendendoli da un recente articolo pubblicato sul Corriere da Sergio Rizzo. Ogni anno, in Italia, sfuggono completamente al fisco redditi per circa 300 miliardi di euro, con una perdita di entrate per le casse pubbliche pari a un dipresso a 100 miliardi di euro.

Venendo al dettaglio una cifra simile vuol dire che dovremmo credere all’incredibile: ad esempio che nel 2007 (ultime cifre disponibili) gli italiani con un reddito superiore a 200 mila euro sarebbero stati meno di 76 mila. Non solo, ma poiché solamente il 20 per cento di questi erano lavoratori autonomi (l’altro 80 per cento essendo dipendenti o addirittura pensionati), dovremmo pure credere che in tutta la Penisola, dalle Alpi al Lilibeo, non ci fossero allora più di 15 mila lavoratori autonomi che avessero un reddito di almeno 18 mila euro al mese. E dovremmo altresì credere—sempre stando a ciò che risultava al fisco — che in quello stesso anno soltanto 6.253 (dicesi 6.253) «percettori di reddito da imprese» avrebbero guadagnato più di 200 mila euro annui. Così come dovremmo convincerci che proprio in quelli che sono stati i 12 mesi precedenti la crisi ben il 45 per cento, vale a dire circa la metà delle società, avessero davvero, secondo quanto denunciato, un bilancio in perdita. Ma chi può credere a questa realtà di favola? Nessuno. Così come nessuno può credere che le tasse verrebbero pagate se solo fossero più basse (una favola che fa esattamente il paio con quella per cui se tutti pagassero le tasse queste diminuirebbero). Così come d’altra parte nessuno può credere ormai che faccia una differenza se al governo c’è la destra o la sinistra: la quale, anzi, ha dimostrato di non riuscire a dare alcuna concretezza alla sua astratta furia ideologica redistributiva.

E allora non resta che prendere atto di una diversa realtà, quella vera. E cioè che in Italia l’evasione fiscale, per la sua mole, la sua capillarità e la sua continuità nel tempo, è qualcosa di ben altro, e che va ben oltre una pur grave dimensione economica. Essa evoca piuttosto una fondamentale questione nazionale. Vale a dire qualcosa che rimanda immediatamente all’esistenza e alla consistenza stessa delle basi dello Stato nazionale, del nostro stare insieme. Infatti, se in una misura che non ha eguali in alcun altro Paese civilizzato la ricchezza, i ricchi, si sottraggono all’imposta, ciò vuol dire che di fatto, e nei fatti, essi mostrano di non riconoscersi in un’ appartenenza comune. Che una parte della popolazione— e proprio quella più produttiva — non intende sottostare a quel vincolo sociale che è tale appunto perché obbliga a comportamenti che non corrispondono al proprio personale e immediato interesse.

Tra questo interesse e quello generale la stragrande maggioranza degli italiani ricchi invece non ha dubbi: sceglie senza esitare il primo e manda al diavolo il secondo.  inQuesta indomabile asocialità dei ricchi ha almeno due gravi conseguenze oltre quelle ovvie di carattere economico. La prima è la grandissima difficoltà che ha incontrato e che incontra da sempre in Italia la formazione di una vera classe dirigente. Infatti quell’asocialità non può che dare luogo anche ad una tendenziale astatualità, cioè ad una sostanziale differenza per le sorti dello Stato. Come si vede benissimo nel fondo di grottesco anarchismo protestatario che si annida così spesso nei ricchi italiani, e che fa sì che essi, quindi, possano identificarsi assai difficilmente con gli interessi collettivi del Paese come invece dovrebbe fare una classe dirigente.

La seconda conseguenza è di ordine politico. Come accade normalmente in tutti i Paesi anche da noi, in linea di massima, la ricchezza preferisce, non da oggi, farsi rappresentare politicamente dalla destra. Non c’è niente di male. Se non fosse però che una ricchezza asociale e antistatuale, come quella descritta, ha finito inevitabilmente per trasmettere questi suoi caratteri alla parte politica verso cui perlopiù convoglia il suo voto, condizionandone pesantemente il profilo ideologico e i comportamenti. Per non perdere tale voto, infatti, la destra politica italiana è stata spinta, lo volesse o no, ad assecondare regolarmente le pulsioni antisociali ed antistatali di quella parte così importante del proprio elettorato di riferimento. Ed è questo elemento che insieme ad altri ha impedito e impedisce alla destra italiana di incarnare il senso delle istituzioni e dello Stato così come di dare voce alta e forte alla dimensione degli interessi nazionali, secondo quanto avviene, invece, quasi dovunque altrove.

Esiste insomma oggi, in Italia, un grande problema politico della ricchezza, della gestione e della rappresentanza politica dei ceti abbienti, tra l’altro cresciuti quantitativamente negli ultimi anni a spese del lavoro dipendente. Tale problema riguarda principalmente la destra. La quale si è accontentata finora di seguirne pedissequamente i desiderata, senza neppure cercare di dare loro una prospettiva diversa da quella egoistica da essi naturalmente espressa. Con ciò però condannandosi ad una funzione politicamente subalterna e troppo spesso, se è permesso dirlo, eticamente alquanto penosa.

Ernesto Galli Della Loggia

5 Commenti per questo articolo

  1. Alberto Teso - commento N.1 :

    Condivido appieno la premessa maggiore: in Italia c’è una spropositata evasione fiscale ed è indispensabile fare seriamente qualcosa per porne freno.
    Non condivido la seconda premessa (quella “minore”): la ricchezza sarebbe rappresentata dalla destra politica che, quindi (conclusione), ha la responsabilità dell’evasione fiscale di cui sopra.
    L’affermazione è errata per un duplice ordine di motivi.
    Primo: non è vero che sono i “ricchi” a votare a destra. Ci sono molti ricchi di sinistra (quelli veri e quelli radical chic).
    Dire che “la ricchezza preferisce, non da oggi, farsi rappresentare politicamente dalla destra” significa ignorare consapevolmente l’esistenza di una forte, potente e politicamente rilevante fascia di popolazione (diremmo: “alta borghesia”) che vede nella sinistra il proprio riferimento elettorale. Il mondo che gravita attorno a Repubblica, a De Benedetti, a Benetton, a Della Valle non può certo essere definito “di destra”. Il concetto espresso da Della Loggia andava bene nell’Italia di Giolitti, non in quella di Berlusconi, in cui destra e sinistra si sono confuse fino a diventare, per certi aspetti, soprattutto di politica economica, perfettamente interscambiabili.

    Non è vero, poi, che l’elettorato di sinistra sia composto di “proletari”: è pacifico, ad esempio, che l’elettorato PD oggi è fortemente rappresentato da dipendenti pubblici ad elevata scolarizzazione ed altrettanto elevato reddito. È parimenti nota la propensione al voto di destra (una volta addirittura per la destra estrema: vi ricordate i fratelli Mattei del rogo di Primavalle?) da parte di quello che una volta veniva definito “sottoproletariato urbano” che oggi, magari, resta iscritto alla FIOM per ragioni storiche e culturali, ma volta Lega (che, comunque, non è un partito di destra, questo lasciatemelo dire)…

    Non condivido, infine, la battuta: “Nuoce di più all’economia un vu cumprà o un evasore fiscale?”.
    Sarebbe come dire: nuoce di più uno stupro o un’ingiuria?
    È evidente che la graduazione della gravità del fatto illecito serve solo per determinare proporzionalmente la pena, non per escludere dalla punibilità comportamenti pacificamente ritenuti antisociali…

  2. merkurmarkus - commento N.2 :

    Intanto ringrazio la redazione per aver riproposto la mia domanda (provocatoria, senza dubbio, senza per questo essere però una semplice battuta, come la definisce Alberto Teso). L’accostamento è tra due “categorie” che di fatto non danno a Cesare quel ch’è di Cesare (senza allusioni al cesarimo di questi giorni :-) ) .
    Capisco che sia difficile e molto scomodo rispondere, ma siamo davanti ad uno stesso fatto (comportamenti economici asociali) verso il quale non vengono adottate le stesse misure “repressive”.

    M/m

  3. angelo1 - commento N.3 :

    LE OPERAZIONI IN FAMIGLIA Corriere.it
    A ben guardare, però, i veri protagonisti di questo giro di scudo sono stati i professionisti, cioè le fiduciarie di famiglia, slegate dai gruppi bancari. È probabile che qualcuno abbia fatto accordi con banche svizzere, qualcun altro con reti di promotori. Ma la piccola dimensione ha favorito anche la ricerca di riservatezza da parte di chi per la prima volta doveva tirar fuori i soldi in Svizzera.

    La Ser-Fid Fiduciaria, milanese di via Durini, è sconosciuta anche a molti operatori del settore, eppure ha messo in fila «scudate» per 900 milioni. È la prima in assoluto tra le non bancarie se consideriamo che i Grande Stevens arrivano poco sopra ma con due società. Da dove sono arrivati quei soldi? Chiederlo a una fiduciaria è un esercizio retorico: «Abbiamo lavorato bene», risponde al telefono uno dei tre amministratori delegati, Laura Paganini (in azienda gli amministratori sono quattro, compreso il presidente-fondatore, Adelmo Paganini). È andata così bene alla Ser-Fid che i (pochi) dipendenti hanno preso un bonus straordinario e i soci (i Paganini) un dividendo extra.

    Simon Fiduciaria vuol dire Grande Stevens e, anche se è conosciuta soprattutto per le operazioni con la famiglia Agnelli, è una società che ha notevolmente accresciuto e diversificato la clientela anche attraverso la «sorella» Gabriel Fiduciaria. Quest’ultima ha «lavorato» 660 milioni svizzero-italiani, circa la metà la Simon. In entrambi i casi le attività sono rimaste oltre confine.

    Altri ex operatori di nicchia che brindano sono la Sintesi Globalasset di Marco Bolognesi e Fabio Brigada (730 milioni fiscalmente «ripuliti» e tutti lasciati là), la Cofircont (500 milioni forse alimentati dalla rete Azimut), dove lavora ed è socio l’ex Consob Fabrizio Tedeschi, e poi la Profid (350 milioni anche questi senza ritorno) che è in comproprietà tra Rossano Ruggeri e la società Finpromotion. Svizzera ovviamente.

  4. rodolfo - commento N.4 :

    Comprendo le obiezioni di Alberto Teso, che in parte sono implicite nel ragionamento di galli Della Loggia.
    Quel che mi preme piuttosto sottolineare è il concetto dello stare insieme. La natura fondante del patto, o contratto sociale, che dovrebbe caratterizzarci come nazione è proprio l’equità nel contribuire al funzionamento dello Stato. Saper che, tra i paesi industrializzati, siamo coloro che hanno un’etica fiscale tanto aberrante, fa impressione.
    E’ assolutamente scandaloso che chi evade sistematicamente le tasse abbia poi accesso ad aiuti e supporti sociali (sgravi, contributi, bonus, ecc.) che invece vengono negati a chi il patto lo rispetta.
    Ciò denota una mancanza di empatia sociale estremamente preoccupante.
    Altro punto fondamentale, su cui vale la pena soffermarsi, è che finchè non si riscrivono le regole (le tanto invocate regole!!!) della convivenza civile, non è possibile un ricambio in seno alla classe politica (quanto mai urgente tanto a destra quanto a sinistra).

    Rodolfo

  5. Leone Pacquola - commento N.5 :

    Su “Il Gazzettino” di domenica 18, Oscar Giannino firma un articolo contenente alcune sue considerazioni su tasse ed evasione fiscale.- Il ragionamento, aggiornato allo stato attuale della manovra nazionale, è tanto semplice quanto sfaccettato.
    Giannino dice: la Lega di Bossi – leggi tutto il Centrodestra – ha sempre avuto una “larvata simpatia per gli evasori”; ora però che si intravede la possibilità che rimanga ai Comuni il 33% di ogni accertamento effettuato nell’individuare gli evasori fiscali, sta organizzando addirittura delle “ronde antievasione”, concordando così, in qualche modo, con le tesi del Centrosinistra (Visco e Padoa-Schioppa) che individuavano la possibilità di diminuire le aliquote d’imposta solo se, prima, si fossero stanati gli evasori.
    Se la Lega si è lasciata abbagliare dalla possibilità di maggiori entrate locali e disconosce l’eccesso di spesa pubblica (Roma ladrona!) stiamo freschi – continua Giannino – perché “restiamo ancora più soli nel batterci contro l’esosità di una politica che in Italia resta dannatamente abituata a mettere troppo il becco nel reddito nazionale, visto che la spesa pubblica è al 53,5% del PIL”.
    Quindi, conclude l’articolo, operazioni del genere che non affrontano in alcun modo la spesa pubblica, non potranno generare alcuna diminuzione nel campo delle imposte.
    Credo che tutti convengano che la spesa sostenuta dall’insieme della Pubblica Amministrazione sia molto elevata, ma i cittadini la subiscono, non ne sono gli artefici! D’altronde, la perequazione delle spese fra le varie Regioni è prerogativa del Governo e del Parlamento!
    Inoltre sono convinto che Giannino sappia benissimo che l’”italiano” tenterà sempre di fare fesso lo Stato, quand’anche la spesa pubblica fosse dimezzata, fintanto che procedure, medotodologie e controlli saranno sempre più o meno aggirabili; questo almeno fino a quando non verrà adottata una legge fiscale seria e stringente in grado di “obbligare” tutti a pagare quanto dovuto, nonché pesantemente sanzionatoria (fino al carcere come negli USA) per chi continua a ridersela sotti i baffi.
    Ovvero, non sono d’accordo con le conclusioni di Oscar Giannino.

    Leone Pacquola

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