Abbastanza deludente. Il tema post-apocalittico è trattato in modo non troppo originale, tranne che per la presenza del bambino.
Si sente una mano troppo incerta dietro alla regia, e anche il pur bravo mortensen non rende come in altre occasioni.
Del resto si tratta di un film girato con un budget ridottissimo e che ha puntato tutto il suo richiamo sull’autore del testo e sul protagonista.
P.S.
avevo inviato un articolo sul fotovoltaico l’avete ricevuto?
Secondo me, due libri dovevano essere trasposti sullo schermo per la loro capitale importanza nell’ambito della riflessione sul presente. Il primo è “Cecità” di Josè Saramago, il secondo è appunto “La Strada” di McCarthy.
Due autentici pugni sullo stomaco, i libri. I due film non resteranno forse nella storia del cinema ma vale sicuramente la pena di vederli perchè entrambi rispettano (anche troppo) il testo, diventando cosi didascalici.
Per quanto riguarda The Road in particolare, il quadro post-apocalittico serve soprattutto a ripensare un tema fondamentale qual è quello dell’educazione. La storia è soprattutto un apologo sul rapporto padre-figlio ai giorni nostri. Sui nuovi padri e sui nuovi figli, sulla necessità, che nella storia è estremizzata, di far capire ai figli che il futuro che hanno davanti è un incubo che potrebbe essere reale.
La strada è un ripensamento dei valori religiosi.
La strada è il riemergere di uno stato di natura hobbesiano in cui qualcuno ancora porta, prometeicamente, il fuoco.
La strada è un emozione forte, una riflessione forte, dolorosa, difficile da accettare. E’ un monito.
Insomma, certi film. magari sicuri nella regia e perfetti nell’interpretazione, te li dimentichi subito. Altri, imperfetti ecc., no, vuoi per qualche sequenza indimenticabile (quella con Robert Duvall, per esempio), vuoi per gli occhi sperduti di un bambino nato senza (i nostri) ricordi, vuoi per un padre che comunque lotta per dare al figlio quel che primariamente deve dare: il futuro. E su questo ci sarebbe molto da dire.
giugno 1st, 2010 at 22:52
Abbastanza deludente. Il tema post-apocalittico è trattato in modo non troppo originale, tranne che per la presenza del bambino.
Si sente una mano troppo incerta dietro alla regia, e anche il pur bravo mortensen non rende come in altre occasioni.
Del resto si tratta di un film girato con un budget ridottissimo e che ha puntato tutto il suo richiamo sull’autore del testo e sul protagonista.
P.S.
avevo inviato un articolo sul fotovoltaico l’avete ricevuto?
giugno 2nd, 2010 at 07:27
Secondo me, due libri dovevano essere trasposti sullo schermo per la loro capitale importanza nell’ambito della riflessione sul presente. Il primo è “Cecità” di Josè Saramago, il secondo è appunto “La Strada” di McCarthy.
Due autentici pugni sullo stomaco, i libri. I due film non resteranno forse nella storia del cinema ma vale sicuramente la pena di vederli perchè entrambi rispettano (anche troppo) il testo, diventando cosi didascalici.
Per quanto riguarda The Road in particolare, il quadro post-apocalittico serve soprattutto a ripensare un tema fondamentale qual è quello dell’educazione. La storia è soprattutto un apologo sul rapporto padre-figlio ai giorni nostri. Sui nuovi padri e sui nuovi figli, sulla necessità, che nella storia è estremizzata, di far capire ai figli che il futuro che hanno davanti è un incubo che potrebbe essere reale.
La strada è un ripensamento dei valori religiosi.
La strada è il riemergere di uno stato di natura hobbesiano in cui qualcuno ancora porta, prometeicamente, il fuoco.
La strada è un emozione forte, una riflessione forte, dolorosa, difficile da accettare. E’ un monito.
Insomma, certi film. magari sicuri nella regia e perfetti nell’interpretazione, te li dimentichi subito. Altri, imperfetti ecc., no, vuoi per qualche sequenza indimenticabile (quella con Robert Duvall, per esempio), vuoi per gli occhi sperduti di un bambino nato senza (i nostri) ricordi, vuoi per un padre che comunque lotta per dare al figlio quel che primariamente deve dare: il futuro. E su questo ci sarebbe molto da dire.
Rodolfo