Aracnomachia, ovvero la guerra dei ragni.
Aracnomachia, ovvero la guerra dei ragni.
Alcune attività umane somigliano in modo incredibile a quelle di certi animali, peraltro ingegnosissimi e, nel loro “campo”, perfetti.
I ragni, per esempio, costruiscono con precisione ingegneristica la loro tela per procurarsi il nutrimento, scegliendo i luoghi dove, con maggior probabilità, qualche insetto prima o poi passerà. Ultimata l’opera, se ne stanno tranquilli, in disparte, con una delle otto zampette poggiata su un filo e aspettano, aspettano che qualcuno cada nella trappola.
I commercianti non fanno forse lo stesso? Preparano le loro vetrine senza trascurare alcun particolare. Le illuminano, le colorano con le merci più sgargianti, le collocano nei luoghi più disparati. I più bravi riescono a farsi vedere da lontano o addirittura a creare percorsi che portano al negozio. In questo modo, semplice e mirabile, noi siamo attratti verso le loro merci. Scegliamo, entriamo e compriamo. Così i commercianti si nutrono.
Ma il mondo degli umani, per dirla con Rousseau, eccede la Natura. Gli umani, in genere, tendono a complicare le cose, e non sempre a proprio vantaggio.
La dimostrazione di quanto sostengo, restando nella metafora, l’abbiamo sotto gli occhi.
Ci sono, tra gli umani, ragni e ragni.
Prendiamo via Bafile, ad esempio, la ragnatela, dicono, più lunga del mondo. Essa ospita i ragni normali, quelli che con una tela relativamente piccola, riescono a catturare quanto basta per vivere dignitosamente.
Oggi, ahimè, non è più così. Ci sono altri ragni all’opera, non lontano, nelle zone limitrofe, che hanno potuto costruire tele molto più grandi. Tele grandi con all’interno una serie notevole di altre tele: sono i centri commerciali. Impossibile non vederli, data la loro grandezza e la loro collocazione, essendo di fatto costruiti lungo le vie che portano verso il cuore della città. Sono anche più comodi: in genere offrono ampi parcheggi e una serie di tele, ovvero merci, tra le più varie e quindi chi vuol comprare, in modo da sfamarli, alla fine li sceglie volentieri. Hanno pure il parco giochi per i bambini (con le tele anche per loro, ovviamente). Questi ragni sono, per i ragni normali, dei ragnoni furbi e pericolosi.
Allora che fanno i ragni normali? Cercano di puntare sulla qualità. Cercano…ma non è facile, visto che ultimamente, a ridosso dei caselli autostradali, arterie strategiche per gli spostamenti dei compratori (di cui legittimamente si nutrono i ragni di ogni specie) si sono insediati dei ragnacci immensi e pure qualitativamente convenienti: gli outlet.
Gli outlet sono delle città fatte di tele bellissime, che spesso, per ammaliare la preda, assumono forme che ricordano luoghi suggestivi. In essi, volendo, chiunque può passarci l’intera giornata. Qui vicino, a Noventa di Piave, ce n’è uno che sembra sia, addirittura, molto amato dagli albergatori jesolani. Tra poco anche a Roncade (sulla Treviso mare quindi…) ce ne sarà un altro.
Beh, cari amici, fate voi due conti. Che può restare, in questa terribile guerra tra ragni ragnoni e ragnacci, ai piccoli, antichi e cari commercianti dei centri storici e delle vie pedonalizzate?
Pochino, credo.
E non è tutto. L’ingegno e la necessità umane hanno prodotto pure dei ragni a tela mobile: veri e propri negozi che non occorre raggiungere, dato che sono loro a raggiungere te: sono gli ambulanti.
Animati da forte motivazione e da prezzi assolutamente imbattibili, vendono merci non propriamente vere, ma assai verosimili (quanto basta per soddisfare l’enorme esercito dei “poco tenenti” ( i nulla tenenti non sono prede che di se stessi). Vengono da luoghi remoti e molti fra questi si stanno già insediando, sostituendo i ragni originari, ormai demoralizzati e sfiniti.
Questa, cari amici, è la situazione del (ragno)commercio nostrano e limitrofo. Il centro storico di San Donà ha protestato, lottato ed infine ha ceduto, così come sta cedendo quello di Jesolo, sia in Paese che al Lido, però senza lottare granchè, forse perché di spirito di squadra, da noi, ce n’è ben poco.
Così finisce l’aracnomachia. A chi si è fatto il mazzo, con volontà e dedizione, per aprire le prime gloriose tele dove prima c’era solo sabbia, ora restano solo le briciole.
E’ la legge, amara, del mercato, di quel mercato che chiamiano liberismo.
E’ una legge di natura, sostengono alcuni: ubi maior…
Ma quel che brucia è che gli albergatori, sembra, abbiano tradito, con appositi volantini, gli antichi alleati, magari col concorso di qualche illustre politico che tutto ciò ha voluto e permesso.
Rodolfo







maggio 16th, 2010 at 21:10
Caro Rodolfo, perché non fai il/i nome/i degli illustri politici?
maggio 16th, 2010 at 23:07
Caro Mango, non faccio nomi perchè quattro anni di forum hanno insegnato a me e agli altri moderatori a sollevare i problemi, non a puntare il dito contro questo o quello. Piuttosto preferiamo far domande precise, magari con le video-interviste. Nei prossimi giorni, come sempre, ci proveremo.
Rodolfo-jf
maggio 17th, 2010 at 16:21
Riporto e commento solo un piccolo pezzo:
“Allora che fanno i ragni normali? Cercano di puntare sulla qualità. Cercano…ma non è facile”
Mi sa che abitiamo in paesi diversi… per motivi vari mi sono ritrovato a dover percorrere il tratto Piazza Brescia – Piazza Marconi più volte a piedi, con quindi tutto il tempo per guardare bene questi ragni e la loro ragnatela… beh al 90% la tela è fatta di paccottiglia, negozi che propongono merce di qualità ce ne saranno forse 2, non parliamo poi di novità, la merce è la stessa degli ultimi 10 anni, non c’è alcuna diversificazione dato che le attività si ripetono ciclicamente tra vestiti, scarpe, borse, bazar e bar…
Non sono i cinesi a farci concorrenza, siamo noi a farla a loro…
maggio 18th, 2010 at 06:41
“Non sono i cinesi a farci concorrenza, siamo noi a farla a loro…”
….questa frase fa veramente riflettere.
maggio 18th, 2010 at 09:13
Un esempio: hanno da poco chiuso un negozio in via bafile e cosa hanno aperto al suo posto? un negozio di vestiti! che novità!! qualità della merce? bassa! che novità!! adesso deve solo difendersi dalla concorrenza di altri 5 o 6 negozi uguali nelle immediate vicinanze ed innumerevoli altri in un raggio di un chilometro… sicuramente la scelta è frutto di una attenta analisi di mercato e ovviamente auguro loro tutto il successo di questo mondo, ma qualche perplessità permettetemi di averla
maggio 18th, 2010 at 09:46
Se per un profano di commercio è piuttosto semplice propinare ricette taumaturgiche per guarire tutti gli attuali mali di questo settore , non si può certamente dire che sia altrettanto facile l’applicazione di questi “ saggi “ consigli , da parte di chi , questo mestiere lo esercita in maniera professionale . Fa sorridere perciò , quando si sente dire in modo generico che la qualità e l’originalità delle merci esposte nei nostri negozi è paccottiglia di infimo grado,e che si dovrebbero curare
maggiormente gli articoli particolari ( quelli di nicchia per capirci ) in modo tale da creare una interessante differenziazione nell’offerta .
Bisogna ricordare allora, e potrà sembrare strano, che il tipo di merce esposta nei negozi , non è li per caso o per capriccio del negoziante ,tutto ciò viene determinato dalla domanda, dall’offerta e da una costante azione di marketing attuata dal commerciante stesso ,che va ad individuare i bisogni,i gusti ,e le possibilità economiche della gente in quel determinato periodo storico ed in quel determinato posto del mondo . E dunque se è vero come è vero , che nei primi anni sessanta la nostra clientela Austro / Tedesca di allora , spendeva facilmente più di 100.000 Lire per un paio di scarpe o per un vestito ,le gioiellerie vendevano svariati chili d’oro , e le gelaterie vendevano pochi coni da una pallina , ma in compenso servivano eccellenti e costose coppe, non ci vuole molto a capire che già allora esistevano esercizi commerciali attrezzati per soddisfare le costose esigenze di questi facoltosi clienti . Tutto ciò, per ribadire che il commerciante è sempre molto sveglio e sensibile ai cambiamenti delle varie epoche, e che se per una serie di accadimenti socio economici, il mondo di oggi vuole stracci e babbucce cinesi, significa che ti devi adeguare altrimenti devi chiudere bottega .
Cosa dire poi , di ciò che resterà dopo la guerra fra “ ragni – ragnoni e ragnacci “ per dirla con la gustosa metafora di Rodolfo ; in questo non ci dovrebbero essere dubbi di sorta circa la prematura dipartita dei “ ragni “ , tutto ciò ovviamente grazie all’incisiva azione politica di chi era convinto che l’aggressività commerciale dei ” ragnacci” avesse contribuito anche ad una positiva selezione e consolidamento della categoria dei “ ragni nobili “ con relativa espulsione dal mercato dei “ragni zingari “ .
Ed invece , guarda un po’ , sta succedendo l’esatto contrario ; Stracci e Babbucce for everybody !
El Fef
maggio 18th, 2010 at 22:21
Niente paura ragazzi. Ora c’è «Brand Point Jesolo» e il problema non c’è più.
‘Na botta de inglese e una de propaganda. Come sempre.
Fazzi
maggio 19th, 2010 at 07:41
EL FEF: “…il tipo di merce esposta nei negozi , non è li per caso o per capriccio del negoziante ,tutto ciò viene determinato dalla domanda, dall’offerta e da una costante azione di marketing attuata dal commerciante stesso…”
Cerco di immaginarmi i tanti ruspanti commercianti muniti di laurea in economia e master in marketing, che approntano strategie di vendita studiando attentamente mutazioni storiche, sociali ed economiche: autorevoli “fashion trend-setter” che, solo a seguito di accurate ricerche, stabiliscono che è ancora il caso di proporsi con la vendita di collanine di conchiglie, la maschera veneziana di porcellana e le bermuda mimetiche. Senza peraltro trascurare una, di questi tempi più che doverosa, bella raccomandazione a Giove Pluvio…
J-son
maggio 19th, 2010 at 07:49
Un caro amico cavallinotto aveva sempre in bocca una frase che potrebbe essere adattata benissimo come sintetico commento alla notizia apparsa sulla stampa e riportata da Fazzi : ” Ancòra bauchi ghe xe ”
El Fef
maggio 19th, 2010 at 13:18
@ J-son
E’ certo , che ad uno come te che di professione farà senz’altro il tuttologo , munito di svariate lauree, e che si diverte facendo dell’ironia gratuita su ciò che non conosce , potrà anche sembrare strano , ma ti posso garantire che per un commerciante sveglio , seguire la fashion trend come la chiami tu , esibendo un flash della tua cultura in lingua inglese , è senz’altro una azione che gli viene spontanea e naturale e che non pretende il possesso di alcun titolo, tanto da essere considerata l’ A B C del commercio e caratteristica assolutamente necessaria per evitare chiusure ingloriose della propria attività commerciale . Nel mio primo commento , ricordavo che già nei primi anni sessanta , la prima generazione di commercianti nonché di albergatori, gente determinata , che poteva esibire come massimo titolo culturale la pagella di quinta elementare , fu capace di creare imprese commerciali e ricettive , già allora in grado di soddisfare più che dignitosamente le esigenze di una clientela che già allora era tuttaltro che peregrina .
Con ciò e concludo, volevo semplicemente dire che un successo professionale non sempre è determinato dai grandi titoli culturali,
ma necessità di un mix di virtù naturali che non contemplano necessariamente i grandi studi .
El Fef
maggio 21st, 2010 at 10:10
Risposta piccata e tesi discutibile.
Negli anni sessanta c’erano condizioni economiche e sociali per le quali sono bastati un pò di avventurismo e spirito di iniziativa per cogliere facili successi. Quando preparazione e professionalità potevano essere anche un lussuoso optional.
L’esperienza non è sinonimo di preparazione. Lo può essere, se si è in grado di vivere il Tempo in cui si vive, e in questo contesto farla fruttare.
Personalmente, nel commercio locale, vedo poca preparazione (nonostante molta esperienza), molta staticità, e una certa propensione a piangersi addosso. Poca autocritica e la diffusa tendenza di addebitare ad inarrestabili fenomeni di modernità, di sviluppo sociale, ogni colpa connessa alla propria defaillance.
Un fortuito successo, privato della capacità di saperselo spiegare, è la prima condizione negativa nell’affrontare future difficoltà: se non ci si spiega il primo, com’è possibile trovare rimedio alle ipotetiche seconde?
Alzare barricate e invocare aiuti istituzionali per cercare di frenare l’inarrestabile ha un’utilità legata alla mera sopravvivenza, venendo meno al requisito primo di un imprenditore: l’Iniziativa. Quella dote che ha permesso a molti di cogliere il successo, la quale, debitamente alimentata, pone in condizione di cogliere le innumerevoli nuove opportunità offerte dal Tempo in cui si vive. Diversamente è bene chiamarsi fuori.
J-son
P.s. Non sono laureato, conosco l’inglese quanto basta per metterti a disagio, dell’ironia ne faccio un uso terapeutico (personale), faccio tutt’altro mestiere che il tuttologo, sono blogger per diletto, e, colpo di scena, sono un locale imprenditore commerciale, figlio di commercianti, a loro volta figli di contadini che hanno venduto i campi e le vacche per comprare “el sabbion” del Lido; il quale, di fronte a una presumibile Domanda da terzo millennio, cerca di rispondere con un’Offerta che non sia degli anni 60!
maggio 21st, 2010 at 14:40
Caro Gei-son , il tentativo di tradurre l’identikit che tracci nel tuo post scriptum unito ai commenti, mi porta sistematicamente ad avere di te una immagine che corrisponde a quella del classico fighetto presuntuoso, di quelli per capirci ,che a differenza dei buzzurri piagnoni nostrani che hanno l’ardire di autodefinirsi commercianti , si dilettano in nobili quanto sterili analisi teoriche tratte magari dal “ vademecum del piccolo commerciante “ .
Sarà per questa tua malcelata presunzione, unita ad una buona dose di snobismo che rende sgradevole la tua ironia in quel patetico tentativo di ridicolizzare una categoria, che mi spinge , devo ammettere , ad essere piuttosto acido nel mio giudizio.
P S : Volevo avvertirti che in inglese sono piuttosto ben attrezzato , e perciò non darti pena per gli eventuali disagi psicologici che potessero derivarmi da questo match .
El Fef
maggio 21st, 2010 at 16:41
Il mercato è saturo di cazzate.
Fazzi (forse sarò ricordato per questo aforisma
)
maggio 21st, 2010 at 21:08
Lascio volentieri l’ultima parola all’isterico e supponente, nonchè auto-proclamatosi, difensore della categoria cui, ahimè, appartengo. In grado di rappresentare ampiamente, in un paio di velenosi commenti, la profondità del disagio di cui soffre… Ovviamente mi riferisco al commercio locale
J-sob!
maggio 22nd, 2010 at 07:56
E intanto assistiamo ad une delle più magre Pentecoste che la storia del commercio jesolano abbia mai conosciuto..