QUEGLI SCHELETRI CHE CHIAMANO ALBERGHI
sab, feb 13, 2010
Una battuta d’arresto alla prepotenza degli outlet del commercio è arrivata in questi giorni dal Tar, finalmente, dando a noi operatori del settore una speranza di rinsavimento dalla follia collettiva che sembra aver contagiato, negli ultimi anni, più di qualche soggetto, istituzionale e non.
La sentenza rappresenta una speranza, certamente, di tutelare le nostre attività commerciali dalle esagerazioni dello shopping fine a se stesso, ma anche e soprattutto una speranza per le nostre città affinché continuino a recare nel proprio grembo la vitalità che proviene dai circuiti umani, culturali ed economici che animano le piazze cittadine.
Chiamatela utopia, ma il mio sogno, che è poi lo stesso di Confcommercio Venezia, è quello di continuare a vedere vetrine colorate che illuminano i centri storici e giovani comitive che riempiono con le loro risate i bar della piazza all’ora dello spritz.
Ma mentre sogno e mi batto con la mia Associazione in nome delle nostre attività commerciali, progettando nuove soluzioni anche urbanistiche, mi accorgo che un altro fantasma sta minacciando le nostre attività, questa volta quelle turistiche. Parlo di fantasma, perché si tratta di una realtà asettica, senz’anima e senza cuore, senza storia e senza cultura, nata in nome del business e a danno di quell’economia locale che da sempre lavora per fidelizzare la clientela e non solo per ricavare introiti a qualunque costo. Una realtà che si fregia dell’appellativo di turistica ma che è ben lontana dalla nobile arte dell’ospitalità che il mondo riconosce ai veneziani ed ai veneti.
Dopo gli outlet del commercio – quelle cittadelle artificiali poste al di fuori dei centri storici che tentano di scimmiottarne le architetture e le dinamiche sociali – arrivano gli outlet del turismo – hotel scatoloni, ovviamente ubicati al di fuori delle città e ben accessibili dalle grandi arterie extraurbane.
Nell’uno e nell’altro caso, vi siete mai chiesti perché fuori dalla città? La scusa ufficiale sono gli ampi parcheggi e gli accessi agevoli. In realtà, dietro questa mistificazione del fare economia del territorio – in ambito commerciale o turistico che sia – ci sono interessi enormi, minori costi a fronte di benefici che, di fatto, costituiscono una concorrenza sleale legalizzata.
In provincia di Venezia ci troviamo di fronte ad un doppio fenomeno distruttivo per le strutture ricettive. Da un lato, il proliferare di questi complessi edilizi esterni alla città distoglie i flussi turistici dal centro cittadino, facendo si che gli ospiti si servano della città in modo frettoloso, sciupandola ma senza generare reale ricchezza al suo interno. D’altro lato, soprattutto a Venezia assistiamo sempre più a forme di abusivismo condotte nella piena illegalità, che costringono le attività ricettive del centro ad un ritocco continuo dei prezzi al ribasso nel tentativo di rimanere sul mercato.
Ma quel che è peggio e che la creazione di grandi strutture ricettive fuori dalla città penalizza, ancor prima che l’offerta alberghiera cittadina, lo stile stesso del fare ospitalità a Venezia, compromettendo le aspettative degli ospiti in termini non tanto di qualità, ma di tratti caratteristici dell’esperienza turistica vissuta. Costretti letteralmente a svendere i propri alberghi, gli albergatori corrono il rischio di svendere la tradizione dell’ospitalità veneziana, danneggiandone immagine e fatturati…
In ambito turistico queste scorciatoie non pagano, perché la forza di una città che vive di e per l’accoglienza, che ne fa il proprio emblema e la propria forza, non può che risiedere nella qualità dell’ospitalità. Possibile che non esistano incentivi per la difesa di questa qualità, per la quale Venezia è rinomata e per la quale i nostri operatori si battono quotidianamente? Possibile che anche nel caso del turismo, esattamente come è avvenuto per il commercio, a Venezia non si consideri come l’esternalizzazione delle attività al di fuori dei centri storici equivalga ad un depauperamento dei flussi economici, e di conseguenza all’indebolimento della Città anche dal punto di vista umano e sociale?
La sfida per il nostro turismo non sta nel continuare all’infinito a proporre strutture futuristiche e mastodontiche, che nulla c’entrano con la nostra tradizione e che saturano il mercato costringendo i nostri alberghi a chiudere. La sfida sta, questo sì, nel garantire un buon rapporto qualità prezzo per la ricettività, sempre nel massimo rispetto delle regole, purché quest’osservanza delle norme avvenga per tutti e soprattutto all’interno del tessuto cittadino.
Diversamente, come potremmo parlare di ospitalità veneziana facendo riferimento a colossi internazionali orientati ai tour operator piuttosto che agli ospiti, che nulla immaginano circa la fidelizzazione, l’accoglienza e la familiarità che si respira nelle strutture tradizionali di piccola-media gestione?
Questa non è la ricettività che serve alla nostra città: non le appartiene e certo non le apporterà sviluppo.
Per tornare ai sogni, l’ambizione di Confcommercio sta nel garantire un’ospitalità che sappia partire dal proprio territorio, dalle proprie tradizioni, dalla propria identità, riproponendoli a quanti la visitano come opportunità per avviare nuovi percorsi interpretativi e culturali. La risposta sta in una ricettività capace di aprirsi a quanto le è esteriore senza tuttavia esserne realmente contaminata dimenticando la propria essenza, le proprie origini.
Per quanto ci riguarda, noi che di questi sogni viviamo – e non solo metaforicamente – continueremo ad impegnarci finché non li vedremo realizzati, come dovrebbe essere nella naturalezza delle cose, finché commercio e turismo non riprenderanno a svilupparsi nella e per la Città di Venezia.
Massimo Zanon
Presidente Confcommercio Unione Venezia
08/02/2010
Questo articolo ci è stato spedito dal vice direttore ascom-confcommercio san dona’ jesolo Mirco Crosera






febbraio 13th, 2010 at 18:08
Scusate, centra poco con l’argomento, è solo una mia curiosità, ma l’outlet di Noventa, visto da fuori, non sembra un camposanto? E neanche dei migliori, tra l’altro, perchè quello di Passarella, che si incrocia facendo la strada interna, mi pare esteticamente più bello,anche se ha meno parcheggi e non è direttamente collegato all’autostrada. Da questo punto di vista, in effetti, è forse più adatto alla concorrenza il cimitero di Meolo, dato che tra poco vi sorgerà vicino il nuovo casello dell’autostrada del mare (che oltretutto noi jesolani potremmo passare senza pedaggio!).
Luigi – JF
febbraio 13th, 2010 at 22:31
Ho letto con interesse l’articolo firmato dal sig. Zanon.
Esordisce citando una recente sentenza del TAR senza soffermarsi però sui contenuti.
Se qualcuno ne è a conoscenza e volesse sintetizzarla in un commento potrebbe essere interessante per tutti.
Per quanto concerne invece il resto dell’articolo, non capisco bene il passaggio:
“… perchè fuori dalla città? … ci sono interessi enormi, minori costi a fronte di benefici che, di fatto, costituiscono una concorrenza sleale legalizzata”.
Perchè la concorrenza di queste strutture sarebbe sleale?
Non è forse che al progresso si stia cercando di far fronte con l’istinto di conservazione? Attenzione a non scivolare nel PROTEZIONISMO.
Poi “…. qualità dell’ospitalità. Possibile che non esistano incentivi per la difesa di questa qualità …….”. Che succede,
si stanno per caso chiedendo SUSSIDI?
Fa bene Confcommercio a sognare una ricettività di qualità, ad un prezzo accessibile e legata a territorio e tradizioni, ma per realizzare questi sogni che fa?
Azioni concrete per sviluppare negli operatori una cultura della concorrenza in grado di far fronte con professionalità alla minaccia dei colossi o azioni concrete per perseguire forme di protezionismo o di sussidio?
Da queste scelte strategica dipende la possibilità di uscire o meno dalla mediocrità.
febbraio 16th, 2010 at 10:16
Fatale ed inevitabile che dovesse succedere . Nel mentre una autentica brentana di lacrime da qualche tempo inonda la scena del piccolo commercio martirizzato dai centri commerciali e che per l’immediato futuro non lascia presagire nulla di buono , ecco che che puntuale arriva l’apertura della sacca lacrimale di un altro primo attore dell’economia della nostra provincia : il settore alberghiero .
Quello che impressiona non poco , è che questo pianto provenga direttamente da Venezia , fino a ieri considerata non a torto piazza turistica regina e assolutamente privilegiata rispetto a tutte quelle attività ricettive paesane o del litorale . Principali imputati del declino delle attività ricettive lagunari , sarebbero questi Hotels scatolone o contenitore che dir si voglia , che ultimamente sono proliferati nell’immediata periferia della città. La relativa vicinanza a Venezia , la loro modernità e soprattutto l’economicità dei costi del soggiorno , costituiscono indubbiamente fattori vincenti per questi nuovi competitors . Che poi questi nuovi alberghi possano puntare a mettere in crisi le attività storiche della laguna , mi sembra perlomeno eccessivo , semplicemente perché si rivolgono a clientele diverse . Essi vanno ad intercettare quel tipo di clientela medio bassa che comunque, dati i costi, mai potrebbe permettersi di soggiornare in laguna . Questo è un tipo di clientela economica e prevalentemente di bassa stagione che prima era servita da attività ricettive situate a Mestre e dintorni ,nella Riviera del Brenta , ed anche da parecchi alberghi del nostro litorale aperti anche d’inverno che pur di lavorare si accontentano di cifre risibili . E sarà dunque contro queste realtà che ci sarà competizione , con una probabile ulteriore sforbiciata nei prezzi che porterà inevitabilmente alla resa di più di qualcuno . Certo che non è un bel periodo per Confcommercio , impegnata com’è a parare con le poche armi a disposizione, i colpi bassi che arrivano quotidianamente sia al piccolo commercio che all’alberghiero . Battaglia nobile ma dall’esito scontato .
Non c’è arma che tenga contro le valigiate di dollari .
El Fef
febbraio 17th, 2010 at 02:01
Riceviamo da Mirco Crosera:
Aperture domenicali all’Outlet: sì, ma nel rispetto della legge.Il TAR Veneto boccia le ordinanze sindacali che avevano autorizzato le aperture straordinarie in deroga al Dlgs 114/98.
C’è un giudice a Berlino!
È stato questo il primo commento dei vertici dell’Associazione Commercianti di San Donà-Jesolo e dell’Unione Provinciale di Venezia, dopo aver appreso delle due sentenze del TAR Veneto che, su ricorso sostenuto dalle stesse associazioni, ha annullato le ordinanze del Comune di Noventa di Piave (Ve) che autorizzavano l’apertura straordinaria domenicale degli esercizi commerciali.
In realtà, al Comune di Noventa degli “esercizi commerciali” in genere non interessava un granché: l’unica realtà a beneficiare di tali aperture domenicali sarebbe stato il grande Veneto Designer Outlet dell’inglese McArtur Glen, aperto da poco più di un anno appena fuori il casello autostradale dell’A4 e che, giorno dopo giorno, sta letteralmente uccidendo i negozi di tutti i centri urbani limitrofi.
L’arroganza e la prepotenza delle multinazionali della Grande Distribuzione è tale da condizionare persino le scelte delle amministrazioni comunali, spesso asservite ai desideri di questi importanti “contribuenti”, forti delle infrastrutture che realizzano (in realtà, a proprio uso e consumo) e dei posti di lavoro che promettono (dimenticando quelli parallelamente perduti dalla rete distributiva tradizionale, che non riesce a tenere il ritmo delle grandi strutture di vendita).
È, in sostanza, quello che è accaduto a Noventa di Piave.
Il quadro normativo è noto.
In attuazione della legge delega 15 marzo 1997 n. 59 sulla semplificazione amministrativa, con Decreto Legislativo 31 marzo 1998 n. 114 il Governo ha disposto la riforma della disciplina relativa al settore del commercio.
Tra le finalità che l’articolo 3 di questo Decreto ha inteso perseguire vi sono la concorrenza e la libertà di impresa (lettera a).
Per quanto attiene allo specifico tema degli Orari di vendita, l’articolo 11 del Decreto così dispone al comma 5: “Il comune … individua i giorni … nei quali gli esercenti possono derogare all’obbligo di chiusura domenicale e festiva. Detti giorni comprendono comunque quelli del mese di dicembre, nonché ulteriori otto domeniche o festività nel corso degli altri mesi dell’anno”.
In ossequio a tale disposizione, il Comune di Noventa aveva disposto l’obbligo di chiusura per tutte le domeniche, come per legge, tranne quelle di dicembre ed ulteriori otto nel corso dell’anno, in occasioni di particolari festività o ricorrenze.
Fin qui, tutto normale.
Poi, in data 24 settembre 2008, apriva i battenti Veneto Deigner Outlet, 60 negozi su di un’area di vendita di 11.000 mq, e il vento è improvvisamente cambiato.
Con ordinanza 31 ottobre 2008, infatti, il Sindaco concedeva l’apertura degli esercizi del Comune anche in due ulteriori domeniche (nella specie: il 2 novembre 2008, in quanto “domenica successiva alla festività di Ognissanti e pertanto vi sarebbero due giorni consecutivi di chiusura delle attività commerciali” ed il 23 novembre, per consentire la celebrazione di un premio letterario locale).
Inutile dire che il parere delle associazioni di categoria, ovviamente negativo, non ha avuto il minimo peso nell’istruttoria procedimentale…
Il provvedimento era parso immediatamente ingiusto e veniva impugnato al TAR Veneto
Ma non basta.
Non contento di tale palese violazione di legge, il Comune di Noventa, con ordinanza sindacale 17 luglio 2009, n. 51 prot. 12627, replicava il tutto, autorizzando l’apertura nelle giornate del 19 e 26 luglio 2009, in occasione di una manifestazione canora…
Seguiva, ovviamente, nuova impugnazione al TAR.
Dopo un duro confronto giudiziario, nel quale si era costituito sia il Comune che la multinazionale titolare dell’Outlet, sostenendo ovviamente l’assoluta legittimità delle ordinanze, in data 26 gennaio 2010 venivano depositate le due sentenze (135 e 137/2010, consultabili per esteso sul sito del TAR Veneto:
http://www.giustizia-amministrativa.it/DocumentiGA/Venezia/Sezione%203/2009/200901613/Provvedimenti/201000135_01.XML e
http://www.giustizia-amministrativa.it/DocumentiGA/Venezia/Sezione%203/2008/200802150/Provvedimenti/201000137_01.XML) che, nel ribadire come “il Sindaco, nel derogare alla chiusura obbligatoria, domenicale e festiva, degli esercizi di vendita al dettaglio, deve attenersi ai limiti previsti dall’art. 11, comma 5, del decreto n. 114/98”, annullavano le ordinanze, condannavano il Comune al pagamento delle spese legali ed ammettevano i ricorrenti ad un separato giudizio per la quantificazione dei danni patiti.
Una vittoria su tutta la linea, in sostanza.
Ma gli argomenti utilizzati dal Giudici Amministrativi sono di eccezionale rilievo a parere dello scrivente (che, oltre ad aver materialmente redatto i due ricorsi, crede da sempre nell’importanza della tutela del piccolo commercio, per formazione culturale e provenienza familiare…).
Leggiamo nella sentenza che “il collegio ritiene evidente che consentire l’apertura (anche) degli esercizi dell’Outlet Noventa in due domeniche aggiuntive rispetto alle otto giornate nelle quali, durante l’anno, è permessa l’apertura domenicale e festiva, costituisca una decisione idonea a determinare un incremento del fatturato degli esercizi dell’Outlet, con un correlativo – perlomeno potenziale – sviamento di clientela ai danni di esercizi come quelli degli odierni ricorrenti, in modo tale da arrecare, ai ricorrenti stessi, quel pregiudizio che la giurisprudenza amministrativa richiede per giudicare sussistente l’interesse a ricorrere”.
Primo punto, quindi: l’apertura domenicale rappresenta un sicuro beneficio per la grande distribuzione ed un pregiudizio per i negozi di vicinato, anche se questi ultimi volessero utilizzare a propria volta la possibilità di tenere aperto anche la domenica, in quanto “in considerazione della particolare capacità di attrazione commerciale dell’Outlet Noventa, accentuata dalle due aperture domenicali aggiuntive, il fatto che ad alcuni dei ricorrenti sia riconosciuta la facoltà di tenere aperto il proprio negozio la domenica, analogamente a quanto avviene per l’Outlet Noventa, non vale a escludere la probabilità di uno sviamento di clientela a danno, appunto, dei negozi gestiti dai ricorrenti”.
La tutela del piccolo commercio, infatti, è a parere del TAR Veneto, un valore precipuo ed essenziale, meritevole di tutela in quanto “la vigente disciplina in materia di commercio (d. lgs. n. 114/98 e d. l. n. 223/06, conv. in l. n. 248/06) non persegue in via esclusiva una finalità liberalizzatrice, connessa al solo scopo di tutelare la libertà delle imprese e la concorrenza, in una prospettiva di sostanziale deregolamentazione del settore, giacché questo obiettivo avrebbe quale esito estremo il rafforzamento sul mercato (delle imprese) di maggiori dimensioni a discapito proprio di un mercato concorrenziale” ma, per contro, “mira a una regolamentazione finalizzata a contemperare i principi e i valori della concorrenza con la salvaguardia delle aree urbane, dei centri storici, della pluralità tra diverse tipologie delle strutture commerciali e della funzione sociale svolta dai servizi commerciali di prossimità…per l’art. 1, comma 3, lett. b), d), ed e) del d. lgs. 31 marzo 1998, n. 114, la disciplina sul commercio persegue anche le finalità della “tutela del consumatore, con particolare riguardo (…) alla possibilità di approvvigionamento, al servizio di prossimità”, del “pluralismo ed equilibrio tra le diverse tipologie delle strutture distributive e le diverse forme di vendita, con particolare riguardo al riconoscimento e alla valorizzazione del ruolo delle piccole e medie imprese”, e della valorizzazione e salvaguardia del servizio commerciale nelle aree urbane, rurali, montane, insulari”.
Secondo punto da sottolineare, quindi: la tutela della concorrenza passa attraverso la salvaguardia dei “servizi commerciali di prossimità”, ossia il piccolo commercio.
Sono convinto che queste importanti pronunce costituiranno un autorevole precedente giurisprudenziale, tale da vincolare i sindaci e le amministrazioni comunali, per ribadire che limiti e regole agli orari di apertura e chiusura, lungi dal contrastare la libera concorrenza, la tutelano e la rafforzano, in quanto solo attraverso le regole è possibile salvare il piccolo commercio che, in un regime di liberalizzazione totale, rischierebbe l’estinzione perché, come scriveva Rousseau: “Tra il debole ed il forte, è la libertà che opprime e la legge che libera”.
San Donà di Piave, 28 gennaio 2010
Avv. Alberto Teso
Mirco Crosera
vice-direttore ascom confcommercio san dona’ jesolo