DIVIETO ANTIFUMO: STORIA DI UNA LEGGE CHE FUNZIONAVA TROPPO
mer, feb 24, 2010
Max Weber, il grande sociologo tedesco, scriveva agli inizi del secolo scorso che il grado di civiltà di un popolo si misura dalla qualità della sua organizzazione socio-politica.
Elemento costitutivo di ogni organizzazione, massimamente di quella politica, è il rispetto delle regole che essa si è data.
Senza tale rispetto generalizzato e condiviso, le regole non sarebbero effettive e quindi diventerebbero del tutto inutili.
Secondo lo studioso, inoltre, due sono le principali condizioni per garantire l’effettiva osservanza delle regole: il generale riconoscimento della loro utilità per il benessere collettivo e la minaccia di una sanzione in caso di loro violazione.
Il primo dei due fattori si fonda sulla razionalità dei consociati, ed è tipico delle società più mature; il secondo si fonda essenzialmente sulla paura, ed è tipico delle società più primitive.
Nelle società moderne i due diversi aspetti necessariamente convivono, ma quando prevale il primo, cioè l’adesione razionale alle regole, si può dire che la società nel suo complesso possiede un livello di civiltà superiore.
La teoria è molto interessante ed attuale, perché potrebbe costituire la base di un test conoscitivo sulla comunità a cui apparteniamo.
Affinché il test sia valido, occorre prendere a riferimento un campione di regole che non siano rivolte ad una limitata o particolare categoria di cittadini, ma siano invece di interesse generale, come ad esempio il codice della strada o le norme antifumo.
Prendiamo allora quest’ultima legge, visto che è oggetto di un discusso progetto bipartisan per l’introduzione di ulteriori restrizioni e divieti.
Si tratta della legge n. 3 del 2003, intitolata “Tutela della salute dei non fumatori”, che ha esteso il divieto di fumo, già previsto in limitati casi dalla legge 584 de l 1975, a tutti i locali chiusi, compresi i luoghi di lavoro privati o non aperti al pubblico, gli esercizi commerciali e i ristoranti.
E’ opinione diffusa che la legge, grazie forse anche al massiccio batttage mediatico, è stata finora, e salvo rare eccezioni, generalmente rispettata dai cittadini, dando prova di buona tenuta.
Sembra quindi che la legge abbia trovato l’adesione spontanea della gente, per lo più convinta della opportunità di osservare il divieto.
Ultimamente, però, nei bar, nei pub e negli altri locali pubblici si assiste sempre più frequentemente alla scena di persone che si accendono una sigaretta senza che il titolare o il gestore del locale muova un dito per impedirlo.
Cosa è successo allora nel frattempo che ha fatto mancare o ha fortemente indebolito la generale applicazione della legge?
Credo che la risposta vada cercata tra i contenuti di una recente sentenza del Consiglio di Stato, pubblicata nell’ottobre dell’anno scorso.
In tale decisione, il giudice amministrativo ha stabilito che, per imporre ai gestori del locali pubblici il dovere di vigilanza antifumo, occorreva una previsione legislativa, mentre l’obbligo gravante sui gestori di richiamare i trasgressori e di segnalarne la violazione alla forza pubblica, era stato previsto soltanto da una circolare ministeriale successiva alla legge.
La conseguenza, di fatto, è che i titolari o i gestori dei bar o dei ristoranti non sono più soggetti a sanzione se non fanno rispettare il divieto di fumare.
In sostanza, a seguito della pronuncia del Consiglio di Stato, è venuta meno la minaccia della sanzione a carico dei responsabili dei pubblici esercizi.
Certamente, rimane formalmente in vigore la contravvenzione prevista per i trasgressori del divieto, ma data ora la difficoltà di un controllo esteso e capillare, il pericolo di essere multati è più teorico che pratico.
Verificando a questo punto i risultati testé raggiunti alla luce delle teorie del Weber, si dovrebbe concludere che l’apparente osservanza del divieto antifumo in Italia è dovuta principalmente al rischio di incorrere in una pesante sanzione, più che sulla convinzione generalizzata della utilità e/o convenienza della legge.
Se manca la minaccia di una penalità, l’osservanza della legge sparisce o si affievolisce notevolmente.
Qui, però, le mie conoscenze sul sociologo tedesco si fermano, per cui non sono in grado di predire il giudizio che egli avrebbe tratto sul grado di civilizzazione della società italiana.
Luigi – JF







marzo 13th, 2010 at 09:21
credo che se osserviamo gli altri stati(in tutto il mondo) non vi sia luogo in cui l’organizzazione sociale non preveda leggi,divieti e sanzioni. Allora dovremo parlare di livello della civilizzazione dell’intero pianeta…,è evidente che non viviamo in un mondo perfetto e che ci siano percentuali +o- variabili di individui che senza sanzioni tenderebbero a prevaricare gli altri aggirando i divieti, possiamo anche tentare attraverso scuola e famiglia di educare le persone al rispetto del prossimo ma inevitabilmente un percentuale di irrispettosi ci sarà sempre, tuttavia nel caso di divieti attinenti al fumo o all’alcol o alla circolazione di auto(e si potrebbe continuare..)si constata come tali divieti vengano ammorbiditi o inaspriti a seconda delle lobby che hanno interessi in quei settori, allora si evince che esistono divieti di serie a e altri meno importanti(non x la salute purtroppo), io comincerei a parlare di civilizzazione quando gli interessi verranno messi da parte.
p.s. sono personalmente contrario a politiche sulla salute “talebane”, si rischia che comunque ci sia consumo di sostanze nocive e di arricchire la malavita(vedi proibizionismo anni 30 in usa), però magari è fra gli obiettivi(nascosti)di chi propone i divieti.