Il decennio più caldo di sempre
gio, dic 10, 2009
Copenaghen, 08-12-2009
Quello che stiamo per archiviare passerà alla storia come il decennio più caldo di sempre, almeno dal 1850 ad oggi, da quando sono iniziate le misurazioni delle temperature. E’ quanto annunciato dall’Organizzazione Metereologica Mondiale al vertice sul clima di Copenhagen.
Ora è ufficiale, ma i segni li avevevamo percepiti anche noi cittadini comuni.
Per esempio nella primavera estate del 2003, quando il caldo asfissiante uccise migliaia di anziani in tutta Europa.
Forse ricorderete l’allora ministro della Salute Girolamo Sirchia che invitava gli anziani a passeggiare nei centri commerciali per godere dell’aria condizionata e sfuggire all’ondata di caldo che toccò i suoi vertici tra il 9 e l’11 di giugno, con temperature oltre i 40 gradi, ben al di sopra della media stagionale.
Sono passati 7 anni da quella stagione, eppure non si è fatto nulla, non solo per arginare il fenomeno, ma soprattutto per divulgare una consapevolezza del problema, di un riscaldamento globale dovuto ai comportamenti dell’uomo.
Sette anni in cui tutti abbiamo fatto poco per diffondere una cultura ambientalista e comportamentale dalla quale oggi non è possibile fuggire.
Come non bastasse per l’Italia il problema è persino più serio, non solo perchè rischia la desertificazione di ampie zone del Paese e lo scioglimento di una buona parte dei suoi ghiacciai, ma perchè nel Belpaese il clima si riscalda più della media mondiale: oltre un mezzo punto in più.
Anche quest’anno, per dire, non siamo sfuggiti alla regola: un’estate calda e secca, intervallata da improvvisi e spropositati temporali; un autunno inesistente, caldo e con violente alluvioni come in Sicilia a Scaletta Zanclea, diventato inverno solo in questi giorni.
Da Rai News 24.
Nonostante le “politiche” continuino a sottovalutare segnali d’allarme inequivocabili, la “malattia” del clima è evidente e con continuità entra nel vissuto quotidiano di tutti. Dagli agricoltori agli albergatori, con campi e spiagge devastati da fenomeni brevi ma violenti, dagli orsi polari che cercano rifugio (e trovano la morte) lungo le coste settentrionali della Russia, alla generalizzata e rapida scomparsa di molti ghiacciai.
Non stupisce che ci siano molti “negazionisti” (che usano la classica formula “è sempre stato così): una presa di coscienza seria sul clima, alterato dagli eccessi delle attività umane, porterebbe direttamente alla critica del modello unico di svilppo economico.
Scriveva J.S.Mill nel suo Principi di economia politica (1848)
Se la bellezza che la terra deve alle cose venisse distrutta dall’aumento illimitato della ricchezza e della popolazione allora io spero sinceramente, per amore della posterità, che questa sarà contenta di rimanere stazionaria, molto tempo prima di esservi costretta dalla necessita.
Più recentemente Bernard Charbonneau, pioniere dell’ecologia politica, afferma che
Se l’integralismo della crescita che oggi guida il mondo continuerà su questa strada, giustificherà un integralismo naturista che vede l’industria come il Male.
Rodolfo







dicembre 19th, 2009 at 22:56
L’accordo raggiunto ieri notte al vertice climatico di Copenhagen fra Stati Uniti, Cina, India, Brasile e Sudafrica, è già un accordo a metà. Dopo che Barack Obama è salito sull’Air Force One alla volta dell’America, l’assemblea plenaria dei 192 paesi è stata convocata stanotte alle 3 per approvarlo. Siccome era necessario il voto unanime, l’opposizione di alcuni (come Sudan, Venezuela e Tuvalu) è stata scavalcata soltanto stamani alle 10:30, con un trucchetto diplomatico: invece di approvare il «Copenhagen Accord» raggiunto “privatamente” fra cinque paesi, il consesso planetario ha semplicemente «preso atto» dell’intesa.
Un’intesa dimezzata e tutt’altro che ambiziosa. Nonostante il disappunto, l’Europa e il Giappone hanno deciso di appoggiarla, considerandola comunque un passo avanti rispetto al fallimento che si andava prospettando. «Un cattivo accordo è meglio di nessun accordo», ha sentenziato il presidente della Commissione, Josè Manuel Barroso, durante la conferenza stampa delle 2 di stanotte.
In poche parole, sulla carta restano soltanto il generico obiettivo di contenere entro i 2 gradi centigradi l’aumento della temperatura media planetaria e l’impegno finanziario verso i paesi poveri (30 miliardi di dollari per il triennio 2010-2012 e 100 miliardi all’anno dal 2020 in poi). Per il resto, sono spariti completamente gli obiettivi di riduzione delle emissioni-serra: nella bozza del primo pomeriggio di ieri si parlava di -80% al 2050, poi di -50% e poi infine più nulla.
E’ comunque previsto che entro gennaio vengano raccolti gli impegni volontari di ciascun paese e che a giugno (molto probabilmente a Bonn) verrà convocato un altro vertice per preparare l’appuntamento annuale di dicembre, che l’anno prossimo toccherà a Città del Messico. Sarà lì, almeno nell’aspirazione di Obama e degli altri estensori di questa intesa che ha letteralmente lasciato l’Europa fuori dalla porta, che potrebbe essere firmato un accordo internazionale, legalmente vincolante. Ma, neppure su questo, c’è il minimo impegno.
Anche il presidente degli Stati Uniti, che pure ha venduto al mondo il «successo» raggiunto da cinque paesi a porte chiuse, ammette che «c’è ancora molta strada da fare». La legge americana sul taglio dei gas-serra è ancora ferma al Senato, senza grosse possibilità di superare la ferma opposizione repubblicana e di qualche democratico dissidente. Se Obama – come speravano gli ambientalisti, che lo attendevano come il salvatore – avesse proposto qualche sforzo in più sui tagli promessi (-4% di emissioni fra il 1990 e il 2020, contro il 20% dell’Europa), il negoziato avrebbe preso un’altra strada. Ma in quel modo, il presidente avrebbe portato nuove frecce all’opposizione, possibilmente compromettendo il risultato. Poi, pur imbarcare i cinesi, ha dovuto fare concessioni di fatto annacquando il documento finale, consegnato alla storia come il «Copenhagen Accord».
Se Obama non poteva fare l’atteso colpo di scena, l’Europa sembrava invece pronta: sul tavolo, era ancora aperta la possibilità di alzare i propri impegni al 2020 dal 20 al 30%. Ma la precondizione era che qualcun altro facesse «offerte comparabili». «Non c’erano le condizioni necessarie», ha ammesso Barroso.
Le organizzazioni ambientaliste sono infuriate. «Copenhagen Cop Out», recita un comunicato di Oxfam con un gioco di parole. Cop, o conference of the parties, è il nome in gergo di questi vertici Onu. E « to cop out», in slang inglese, vuol dire «non prendersi responsabilità». «Copenhagen è il teatro di un crimine – drammatizza John Sauven di Greenpeace – con i colpevoli che scappano via all’aeroporto». Durante le due settimane di Copenhagen, la comunità scientifica ha espresso dubbi sulla possibilità di mantenere l’aumento della temperatura planetaria sotto i due gradi, generalmente considerati la soglia di rischio climatico.
Da IlSole24h
dicembre 20th, 2009 at 01:30
“Un’intesa dimezzata e tutt’altro che ambiziosa”
Magari l’idea di organizzare un convegno sul riscaldamento globale a Dicembre a Copenhagen
(-15 gradi, tempeste di neve ovunque), non
è stata brillantissima.
dicembre 20th, 2009 at 01:44
Già, la location era sbagliata. Il vertice lo dovevano organizzare al circolo polare artico, che ultimamente mostra al mondo quanto la questione del clima sia urgente.
Rodolfo