La libertà “condizionata”
dom, nov 29, 2009
Nella società dei consumi, la povertà è inutile e indesiderabile. L’unica via attraverso la quale i poveri potrebbero riscattarsi è quella che conduce al centro commerciale, [...] dove potrebbero ottenere, se non la riabilitazione, almeno quella “libertà condizionata” dal loro accettabile consumo.
Zigmunt Bauman, in “Homo Consumens”
Le foto sono dedicate, come promesso, a punks not dead.
Rodolfo









dicembre 2nd, 2009 at 14:44
il bianco e nero si addice molto alle linee pulite dell’edificio.
per quanto riguarda la citazione mi chiedo,
esistono, o sono mai esistite, società che non fossero “dei consumi”?
dicembre 2nd, 2009 at 21:57
Le foto in bianco e nero del “I giardini di Jesolo”, mettono in rilievo non solo le linee pulite degli edifici ma anche il grigiore un po’ squallido che li caratterizza… ma questa è solo la mia opinione.
Non so di preciso cosa intenda Bauman con quella frase. Certo, il centro commerciale è l’emblema di una società che trova nel consumismo uno dei suoi momenti di maggior svago, forse di felicità…anche se temporanea. Una società che ha perso il suo centro, il punto di riferimento, che ha perso la piazza, dove la gente si ritrova per passeggiare o chiaccherare. La nuova piazza è il centro commerciale, il cui cuore pulsante è il consumo, l’attenzione alle merci e alle cose e al loro possesso piuttosto che alle persone.
Va dato atto, ad un progetto come “I giardini”, della volontà di creare anche una sorta di piazza, un luogo di ritrovo e svago alternativo ai negozi (bello il prato e la vista in copertura, provate ad andarci al tramonto…)
Tuttavia si tratta sempre di un’isola, di un qualcosa di staccato dalla realtà urbana fatta di strade, piazze, negozi, scuole, chiese e uffici dove la vita pulsa e la gente si incontra. Per questo l’urbanistica ha un compito così delicato ed importante, che è quello di creare un luogo o più luoghi “urbani”, punto di riferimento, dove le diverse attività umane sono concentrate e non disperse e frammentate perchè proiettate fuori dal “centro”, in base a logiche che spesso sono lontane dal “bene comune”, citando il titolo di un articolo apparso sul blog qualche tempo fa.
dicembre 3rd, 2009 at 08:21
Ma le foto non sono a colori??
dicembre 3rd, 2009 at 14:52
In questo momento, punks, tu stai consumando. Consumi l’ossigeno che respiri, ovunque tu sia. Se ti reggi in piedi, ragioni e ti muovi è perchè l’ossigeno permette un processo di trasformazione che avviene nelle cellule dalla materia all’energia (calore, movimento).
Se un uomo vive, consuma ciò di cui ha bisogno per esistere in senso materiale. E’ chiaro che in questo senso ogni organismo vivente (anche le società, che di organismi son fatte) si nutre e quindi ha un rapporto di consumo.
Leopardi, molto più filosofo di quanto generalmente si crede, amava descrivere la Natura (matrigna ed indifferente) come un ciclo di produzione e di distruzione.
Ad ogni distruzione corrisponde una produzione che andrà distrutta per produrre.
Se una società (come la “sterminata società”, per dirla con Lorenz, degli animali) riesce a stabilire un rapporto di non impoverimento progressivo delle risorse naturali che servono al suo sostentamento, consuma ma non è consumistica.
L’uomo preistorico, prima della scoperta dell’agricoltura, nomade e cacciatore, non poteva in alcun modo consumare (nel senso che attribuiamo al termine quando intendiamo usura e distruzione) la natura. Consumava ciò che serviva per vivere (e dev’essere stata un’epoca di scoperte incredibili, che poi, in tempi successivi ritroviamo nei miti, in Prometeo soprattutto. Ti consiglio di leggere il libro di L’ultima scimmia del pleistocene).
La società diventa consumistica quando eleva il consumo dei prodotti (in massima parte superflui) come primo valore culturale e simbolico. Sostanzialmente nel ’900.
Nel medioevo si fiveva poco di materia e molto di spirito: in questo senso il bene più prezioso da consumare era la sapienza Guglielmo da Baskerville nella biblioteca che brucia).
Oggi lo sguardo rapito per molti è l’ultima versione accessoriata e leggermente ritoccata del top dell’auto precedente che a sua volta era venduta come definitiva, l’ultimo modello di questo o quell’altro, l’ultima versione.
Nell’800 una nobildonna non aveva generalmente più di cinque o sei abiti, tre per le stagioni calde, tre per le stagione fredde(cfr, Norbert Elias, la civiltà delle buone maniere). Oggi basta guardare il ripostiglio dove lasciamo le scarpe che non “vanno” più per capire cosa si intende per società dei consumi.
Capisco la tua sottile provocazione, ma se ci intendiamo sulla parola “consumo” ne può venir fuori una buona discussione.
La citazione da Bauman rinvia ad un concetto a lui abituale: il grado di libertà dipende dalla possibilità di acquistare. Se sei povero, non puoi essere di questo mondo, diventi immondo, improduttivo, inutile. La nostra inutilità sta nel rendere inutilizzabili le cose che utilizziamo nel minor tempo possibile. Prova, se sei padre, a guardare quante penne ci sono nell’astuccio di tuo figlio/a. Da ragazzini noi: una penna, una comma per cancellare, una matita, stecca, compasso e nient’altro…
Rodolfo
dicembre 3rd, 2009 at 16:44
L’uomo preistorico non poteva consumare la natura perchè non ne aveva i mezzi, ma dissento sul collocare nel ’900 l’idealizzazione del consumismo. La spinta verso il necessario ed il superfluo c’è sempre stata, basta conoscere la storia, gli autori classici, le testimonianze archeologiche, oggi cambiano solo le dimensioni del fenomeno.
Se una volta c’era un rapporto tra chi poteva permettersi il superfluo e chi faceva fatica a procurarsi il necessario, era di 1/1000, oggi è,
mettiamo, 1/10.
Si chiama progresso.
Bauman, come tutti gli studiosi di formazione marxista, è un materialista.
Sono stati loro ad eliminare la spiritualità (l’oppio dei popoli) dalla società, e ad identificare la felicità col possesso di beni materiali.
Un’idea ovviamente sbagliata, anacronistica, come il suo punto di vista sui centri commerciali, che hanno altri problemi, ma non sono da demonizzare in quanto simboli del capitalismo e del consumismo.
Questa cosa fa, sinceramente, un po’ sorridere, oggi.
dicembre 3rd, 2009 at 17:01
larissa “Le foto in bianco e nero del “I giardini di Jesolo”, mettono in rilievo non solo le linee pulite degli edifici ma anche il grigiore un po’ squallido che li caratterizza…”
quello per il cemento faccia a vista è un gusto al quale non siamo abituati, da noi viene quasi sempre identificato con edifici “utilitari” e con un senso di “non finito”.
In paesi più avanzati, più “moderni” del nostro non è così:
http://www.langenfoundation.de/rundgang.html?&L=0
Concordo comunque sul fatto che con una diversa finitura, in pietra o in intonaco, l’edificio avrebbe avuto un minore impatto, ed avrebbe avuto quindi più facilità a farsi accettare.
dicembre 3rd, 2009 at 17:46
A me fa sorridere l’etichettatura che dai ad ogni autore che cito, e non solo in questo caso: marxisti, comunisti, ecc.
Se fosse vero quello che dici, punks, la storia non esisterebbe come movimento, ma come semplice variazione delle modalità: nella sostanza è sempre identica a se stessa. Roba da scandalizzare anche Francis Fukuijama.
Un processo che depaupera sistematicamene le risorse (finite e non infinite) di cui si serve non è progresso ma regresso. Quell’umano agire che per mantenersi prevede la mutazione e la scomparsa di interi sistemi naturali, crea scenari imprevedibili (che la politica nella sua corto-miranza non è in grado di vedere…), situazioni che minano il suo stesso essere nel mondo, non è progresso, ma cupio dissolvi.
Naturalmente se tiro in ballo il marxista Heidegger e la sua critica all’età della tecnica , dirai che la techne c’è sempre stata e ha dominato la storia fin dai tempi dell’homo sapiens. Niente di nuovo. Mai.
La società consumistica ha inizio, secondo un’infinità di libri di testo, di saggi e di studi specifici, con la econda rivoluzione industriale, tra fine 800 e primi 900, ovvero quando la riproducibilità degli oggetti aumenta in modo esponenziale. Il consumismo non ha a che fare con gli oggetti, ma con l’uso compulsivo che si fa di essi. Sulla perdita del valore d’uso a favore del valore di scambio(simbolico) lasciamo perdere. Anche questa naturalmente è aria fritta.
La spiritualità non si può assolutamente identificare con la religione (oppio dei popoli). Anche questa questione è aria fritta.
Per finire i centri commerciali: sono le nuove chiese, i nuovi centri di cult(o), le nuove comunitas. L’oppio dei popoli di oggi. L’oggetto come simulacro e lo shopping come liturgia. Ma questo è solo populismo veterocomunista.
A proposito del bolscevico Fukuijama ti allego un suo recente scritto , che mette in guardia da certi atteggiamenti transumanisti verso i quali, se non ricordo male, tu nutri un qualche apprezzamento…
Rodolfo
P.S. Mai letto niente di Thomas Malthus?
ANCHE FUKUJAMA HA PAURA DEL TRANSUMANESIMO
Nel 2005, Fukuyama il teorico della “fine della storia”, lancia un allarme che passa ai più inosservato: il transumanesimo è una minaccia ancora più grande dell’integralismo islamico. Il transumanesimo è un movimento nato in America che sostiene l’uso delle scoperte scientifiche e tecniche per aumentare le capacità fisiche e cognitive e migliorare quegli aspetti della condizione umana che sono considerati indesiderabili, come la malattia e l’invecchiamento, in vista di una possibile trasformazione post umana.
Il movimento transumanista è diffuso in tutto il mondo in Italia ci sono l’Associazione Italiana Transumanisti e il Network Transumanisti Italiani.
Fukuyama ha lanciato l’allarme dalle pagine di Foreign Policy una rivista americana, invita a prenderli sul serio, perché ritiene che se il transumanesimo non sia bloccato, aprirebbe la strada a un futuro apocalittico.
Indubbiamente la posizione di Fukuyama è sintomo di uno scontro all’interno delle classi dominanti SUA, tra una destra la cui espressione politica era la famiglia Bush (i famosi teocons) e un settore che si potrebbe definire “Illuminato”.
Il pensiero transumanista è influenzato dall’Illuminismo e dal Positivismo poiché si pone l’obiettivo dell’utilizzo della conoscenza globale come mezzo in vista di un miglioramento individuale e civile. Seguendo la tradizione di Nietzsche insiste sull’idea che l’uomo sia qualcosa che debba essere superato, e accetta o auspica ciò che possa contribuire all’avvento di tale futuro postumano.
Non è da sottovalutare questa esaltazione acritica delle tecnologie per lo sviluppo umano. Esaltazione che prende anche molta “sinistra”.
Calderazzi Antonio Massimo membro della Societè Européene de Culture e responsabile della Research Unit on Electronic Direct Democracy e membro dell’Istituto di Studi di Politica Internazionale (seguiva il Nord America e il mondo anglosassone). Scrisse un intervento, che girò in ambienti ristretti, dal titolo indicativo Il Pericle elettronico. In questo scritto si parla di “democrazia diretta” da raggiungere attraverso l’elettronica.
Questa “democrazia diretta” non la raggiunge attraverso la lotta politica ma attraverso la diffusione dell’elettronica e dell’informatica in particolare. Leggendo questo scritto si ha la sensazione che la prospettiva sia un mondo come quello prospettato nel film Matrix dove alla fine il virtuale diventa reale e il reale diventa virtuale. Leggendo si capisce che il punto di riferimento sono gli SUA e che sin dagli anni ’70 è venuta l’idea della democrazia elettronica. Si prospetta la fine del parlamentarismo e dei partiti[6], in quanto realtà ritenute obsolete. La prospettiva è inquietante quando dice “Il passaggio alla democrazia assoluta esige l’abbandono delle convenzioni e finzioni che si riassume nel suffragio universale. Lungi dall’essere il potere delle folle, la democrazia diretta sarebbe il governo dei “migliori” selezionati a rotazione dalla sorte fra quanti vantano qualifiche ben superiori a un’iscrizione all’anagrafe. Ciò non escluderebbe anzi postulerebbe l’impiego più serio ad innalzare i livelli di consapevolezza e di esperienza della massa, di modo che sempre più individui acquisterebbero i requisiti per essere chiamati dal computer ai ruoli della supercittadinanza”.
Con un linguaggio aristocratico, si dice chiaramente niente “potere delle folle” che significa l’esclusione delle masse popolari dall’attività politica, in quanto sono viste in maniera dispregiativa come pura massa di manovra da parte di politici e demagoghi. A formare questo “governo dei migliori” saranno persone selezionate che possiedono “qualifiche superiori” e come ciliegina si prospetta la creazione di una “supercittadinanza”, dunque ci saranno i cittadini e i supercittadini. Andando avanti nella lettura di questo scritto, questa visione elitaria si fa più esplicita, quando si parla di mezzo milione di questi supercittadini, chiamati anche cittadini attivi. Guarda caso che nel XIX° secolo i cittadini attici erano quelli che in Europa avevano il diritto di voto per via del censo e dell’istruzione.
Quello che si prospetta in sostanza è un governo di “Illuminati”.
C’è un collegamento fra transumanesimo e questa cosiddetta “democrazia elettronica”, nel portare avanti una società elitaria e sviluppata tecnologicamente.
Bisogna precisare che il problema non è tanto lo sviluppo tecnologico in sé, ma è l’assenza di qualsiasi controllo da parte delle masse popolari, espropriate delle facoltà decisionali di decidere quali devono essere le finalità di questo sviluppo.
dicembre 6th, 2009 at 22:24
non etichetto nessuno, la formazione marxista di Bauman ha una conseguenza diretta sulle sue idee, è l’unico motivo per cui l’ho citata.
La Storia non è sempre identica a se stessa, ma c’è un’invariante, che è l’uomo, i cui sogni e bisogni sono piuttosto costanti, è impossibile negarlo.
Alla faccenda di Fukuijama non ho mai creduto, neanche quando andava di moda.
Dici bene, si inizia a parlare di consumismo quando i beni di consumo iniziano a circolare in grande abbondanza, disponibili quindi non solo all’elite ma anche a strati sempre più larghi di popolazione.
Questo può essere o meno considerato un progresso.
Ma non è una questione etica ma di capacità produttiva.
Il Malthusianesimo è una teoria piuttosto obsoleta ma vale la pena ricordare quanto disse Ralph Waldo Emerson: “Malthus, affermando che le bocche si moltiplicano geometricamente e il cibo solo aritmeticamente, dimenticò che la mente umana era anch’essa un fattore nell’economia politica, e che i crescenti bisogni della società, sarebbero stati soddisfatti da un crescente potere di invenzione.”
Il “potere di invenzione” è un fattore che non viene mai tenuto in considerazione (più o meno volontariamente) quando si parla di “decrescita”, sfruttamento delle risorse, risorse limitate etc.
Vale la pena pensarci.
Poi prendo atto che spiritualità e religione sono due cose *completamente* diverse, non si finisce mai di imparare.