I MODI FINI DEL LINGUAGGIO ISTITUZIONALE
dom, nov 22, 2009
Il linguaggio è una delle facoltà più affascinanti dell’uomo. Docile, mutevole, adattabile ai tempi e alle circostanze della vita. Progressista pure, perché in continuo sviluppo e trasformazione, per essere sempre aderente al tempo presente. Tanto è vero, che uno dei più diffusi e autorevoli dizionari italiani, un pò per marketing un pò per necessità, sente il bisogno di publicare una nuova edizione ogni anno al fine di raccogliere in tempo (quasi) reale i più efficaci neologismi di pressoché quotidiana coniazione.
Oppure per registrare i cambiamenti semantici di parole magari anche molto antiche o di uso frequente.
Non c’è dubbio che una di queste, tra le più funzionali e significative, sia la parola “stronzo”.
In origine era un termine ascientifico atto a designare una deiezione umana o canina, di quelle, per intendersi, che se fatte per strada dal proprio cagnolino (pardon, dal proprio pet dog!) andrebbero raccolte e gettate in appositi contenitori.
Successivamente questa parola è diventata un epiteto molto caro agli automobilisti che se la scambiano volentieri tra di loro alla prima occasione utile.
Infine, essa è assurta ad aggettivo istituzionale, proferita dal Presidente della terza carica dello Stato durante un incontro con un gruppo di scolari romani, tra i quali molti figli di immigrati stranieri desiderosi di affinare la padronanza della lingua italiana.
In questo modo l’Istituzione, nella persona del suo Alto Rappresentante che già vestiva in abbigliamento informale per non creare disagio, si è ancor più chinata al livello del popolo cos’ da essere vicina ai bisogni e ai sentimenti della gente comune di cui è invero al servizio.
Non solo, perché essa, l’Istituzione, si è fatta anche carico dell’imbarazzo o del pudore di qualche timido cittadino che, forse ancora non pienamente integrato, esita a chiamare le cose con il loro vero nome.
E siccome il nuovo e più efficace termine per definire chi discrimina gli immigrati è l’attributo “stronzo”, il Presidente del Parlamento, nella persona dell’On. Dott. Gianfranco Fini, ha dichiarato che ove vi fosse “qualche stronzo che usa qualche parola di troppo”, allora “se qualcuno lo fa, la parolaccia la merita: voi la pensate, io la dico”.
L’Istituzione, nell’esercizio delle sue alte funzioni, si fa anche docile portavoce a beneficio dei cittadini che non riescono o non possono far sentire la loro voce.
Roma non è lontana, come qualche tendenzioso insinua, ma è vicino a noi, anzi è accanto a noi ed è una di noi.
L’autorità statale, ai suoi massimi livelli, non è chiusa nei musei storici del Risorgimento (sarebbe una stronzata bella e buona!), ma si siede con noi nelle nostre tavole, si mischia con noi nelle nostre strade, scende con noi perfino nelle nostre metropolitane.
Esce dall’aura asfissiante dei vellutati palazzi, per entrare nell’aria fresca e giovane della camera del Grande Fratello, che in effetti non è molto diversa dalla Camera dei deputati (almeno, come livello culturale!).
Passati, fortunatamente, sono quegli anni tristi ed opprimenti, in cui le Istituzioni si ammantavano di un’aura quasi sacra e mistica.
Personalmente, ad esempio, posso ricordare il clima distaccato e formale (d’altronde erano anni bui!) con cui, in gita scolastica a Roma, accolse noi, ragazzi di terza media, l’allora Presidente della Camera Nilde Iotti (ad onor del vero non è stata affatto una stronza!).
Elegante, impeccabile, austera, solenne, la Presidente dopo averci fatto un piccolo discorsetto di storia patria (due palle!), volle stringerci la mano ad uno ad uno, non prima però che il cerimoniere ci avesse disposti in fila composta e ci avesse suggerito di fare un lieve inchino quando fosse arrivato il proprio turno.
Ho vaghi ricordi dell’emozione che ho provato e dell’educazione antiquata che ho ricevuto.
Quegli anni ormai sono passati, e probabilmente ora i ragazzi sono più fortunati perché, senza tanti rituali, possono interoloquire con il Presidente della Camera, che si esprime come uno di loro.
Sarà utile d’ora in poi che lo Zingarelli registri questa rinnovata dignità della parola “stronzo”, e che il piacevole manualetto di Zeno-Zencovich sulla scrittura istituzionale esca con una seconda edizione più consona al moderno sviluppo del linguaggio e dello stile burocratico.
LUIGI-JF






novembre 22nd, 2009 at 13:07
Manca solo lo storico “me ne frego” e poi siamo al completo.
O tempora o mores!
novembre 22nd, 2009 at 13:56
D’accordo con angelo 1, manca solo il “me ne frego”.
Un consiglio ai ragazzi figli di immirati: non dite “stronzo” a nessuno, e neppure pensatelo. A quello ci pensa Fini e il suo paternalismo . Non ditelo, che magari c’è qualche stronzo in giro che vi rienpie di botte, non prima di aver appurato di essere ben confuso in un branco…
Quinto