Il bene comune- 2 parte
sab, ott 10, 2009
Crediamo che una buona parte degli argomenti trattati dal forum ruotino attorno alla nuova realtà edilizia che sta cambiando in modo tanto rapido quanto intenso il panorama jesolano.
Per questo abbiamo cercato opinioni e analisi nel tentativo di leggere le cose con strumenti più precisi, ricorrendo a persone competenti, che qui ringraziamo per la disponibilità accordataci.
Quello pubblicato ora è il secondo di una serie di articoli sull’urbanistica.
Rodolfo Murador-Jesoloforum
Mettendoci in viaggio da Venezia-Mestre in direzione di Padova, non possiamo non aver notato come si sia sviluppata una vera e propria città, lunga 25 km, che unisce Mestre a Padova e con ramificazioni verso Treviso, cresciuta con varianti urbanistiche e cambi di destinazione dei suoli. Costruzioni che sono sorte man mano che, nella costruzione delle nuove infrastrutture viabilistiche, si formavano delle aree libere, non più utilizzabili ai fini agricoli.
Il nuovo passante autostradale di Mestre, costruito per evitare l’imbottigliamento del traffico in tangenziale, viene di fatto a trovarsi al centro di un enorme sistema urbanistico che ormai unisce Padova, Venezia e Treviso.
Succede che, una volta smembrati dalle infrastrutture, i terreni agricoli diventino inadatti alla coltivazione, diventando di fatto degli “spazi da riempire” ed acquisendo una sorta di vocazione edificatoria; ciò riguarda in modo particolare gli svincoli (e lo svincolo di Padova Est ha fatto scuola)…progetti di intere città commerciali che sorgono laddove, fino a qualche anno prima, c’era la campagna.
Né è un esempio la cosiddetta “Città della moda” sulla Riviera del Brenta, che sorgerà su un’area di 40 mila metri quadri grazie ad un Piano urbanistico denominato P.I.R.U.E.A. Si tratta di uno strumento urbanistico che dovrebbe consentire la riqualificazione delle aree degradate, ma di fatto va a proporre una nuova urbanizzazione su un terreno prima agricolo.
La storia del passante si intreccia con quella di Veneto City s.p.a.: società costituita lo stesso anno in cui ha luogo l’accordo tra Governo e Regione per la realizzazione del passante. Essa ha per oggetto l’acquisto, la valorizzazione , la lottizzazione , urbanizzazione e vendita di aree di qualsiasi tipo e specie. A fine 98 la società inizia l’acquisto di terreni nella zona di Roncoduro, a fine anno viene approvato un nuovo insediamento a carattere commerciale – direzionale. Nel 2007 Veneto City diventa un polo metropolitano, viene chiesto un allargamento dell’area per due milioni di metri cubi; l’8 febbraio si inaugura il passante.
La conseguenza di questo progetto, dalle dimensioni faraoniche, è che un passante realizzato per alleggerire il traffico sarà sottoposto ad un ulteriore notevole afflusso giornaliero, al tal punto da dover richiedere ulteriori strutture, un passante del passante…strutture che pagherà la collettività, e non solo in termini economici.
A proposito di questo progetto, secondo l’architetto Guglielmo Monti, sovrintendente ai Beni architettonici del Veneto Orientale, “…si può parlare male di questa iniziativa, così come quella della “città della moda”. Dal mio punto di vista sono due pericoli per il territorio, minacce nel senso che se si costruiscono grossi centri si svuoteranno gli altri, i più vecchi. Io devo salvaguardarli invece. In decenni di capannoni non si è imparato niente. Sembra essere tornati ad un nuovo Far West edilizio. Il mio potere? Poco. Il paesaggio è protetto fino a 150 metri dai bordi dell’acqua del Brenta. Dopo no. Il fatto è che qui si sono sviluppate forme di commercio e rendite finanziarie che esulano da turismo e agricoltura, che sono le grandi vocazioni di questa terra”.
Talvolta le nuove infrastrutture realizzate finiscono letteralmente per fare a fette dei paesi. E’ il caso di Vetrego, frazione di Mirano posta vicino al passante di Mestre, che è stato letteralmente circondato dal passante stesso, quasi senza più entrata, catapultato da paesino di campagna con tanto di stalle, a frazione immersa nel traffico e nell’inquinamento. Un paese praticamente morto.
In Veneto, negli ultimi anni si è assistito ad un forte incremento nella costruzione di nuove abitazioni, che fa seguito al boom di nuova realizzazione di capannoni ad uso artigianale – commerciale, passando da una media di 11 milioni di metri cubi l’anno a 15 milioni; se è vero che si è verificato un certo incremento demografico, dovuto in primo luogo all’immigrazione, è pur vero che di fatto si è accumulato un eccesso di patrimonio edilizio rispetto a questa domanda, a tal punto che qualcuno parla di una quantità di case immesse sul mercato tale da poter soddisfare la domanda abitativa per i prossimi 10-15 anni.
Viene spontaneo chiedersi perché si continua a costruire, per quale motivo non si sceglie piuttosto di recuperare il patrimonio edilizio inutilizzato.
Si tratta di una logica che vede il privato investitore nei panni di chi sostanzialmente spinge perché si urbanizzi in un certo modo. Di fatto, egli acquista dei terreni agricoli, terreni che costano poco e sicuramente molto meno di terreni che si trovano più in centro città o comunque di aree già inserite come edificabili nel PRG. Quindi, egli farà di tutto perché tali terreni cambino di destinazione d’uso. Proporrà un certo tipo di intervento, magari con una quota di edilizia agevolata, più alcune infrastrutture che al comune fanno sempre comodo, per non parlare degli oneri dovuti, delle aree ad uso pubblico cedute…intervento che alla fin fine il Comune giudicherà opportuno. Le conseguenze di questo atteggiamento di conquista di terreni da edificare saranno i fronti delle città che continuano ad avanzare sul territorio gli uni verso gli altri, a scapito di aree agricole. Ed abitazioni più disperse stanno a significare più automobili in circolazione, più traffico ed inquinamento.
Secondo Gianfranco Bologna, direttore scientifico di WWF Italia, “…dobbiamo passare da un mito “etica della crescita” ad un’etica dell’adeguamento dei bisogni e delle aspirazioni degli esseri umani rispetto a quelle che sono le capacità di carico dei sistemi naturali che ci sostengono. Al di fuori di questa capacità di carico, rimaniamo fuori da una sostenibilità del nostro modello di sviluppo sociale ed economico. Il concetto di sostenibilità è sempre strettamente legato al principio di equità. Non possiamo pensare che c’è chi può avere diritto a quote di natura superiori rispetto ad altri.”
(2.continua)










ottobre 10th, 2009 at 15:08
di chi è l’articolo?
ottobre 10th, 2009 at 18:06
Per punks
Come detto nel cappello, di persone competenti.
Redazione
ottobre 10th, 2009 at 20:49
sì, quello l’avevo letto, ok, non importa.
ottobre 13th, 2009 at 20:41
A proposito di Veneto City, di cui avevo solo sentito parlare, ho trovato questo articolo che mi pare interessante, in quanto si pone il problema dell’opportunità dell’intervento in questione rispetto alla necessità, direi al maggior “Bene pubblico”, di recuperare e riqualificare l’area dismessa della zona industriale di Marghera. Giustamente ci si pone la domanda: non è meglio fare il polo commerciale – direzionale a Marghera, che è un’area già utilizzata e comunque da riconvertire, piuttosto che andare a realizzare ex novo capannoni e cemento su aree agricole?…
Paolo Possamai, Una colata di cemento sacrificando Marghera, La Nuova Venezia, 25 novembre 2005
L’affaire Veneto City dichiara nel nome stesso che la questione non riguarda Dolo e comuni limitrofi.
L’operazione Veneto City, lucidamente indagata nell’inchiesta di Renzo Mazzaro per il nostro giornale, chiama in causa i destini dell’area centrale del Veneto. Sarebbe riduttivo, pilatesco, truffaldino se la classe politica e, più in generale, il ceto dirigente veneto delegassero al Comune di Dolo la decisione se urbanizzare 560 mila metri quadrati di terreno. Volendo assumere un termine di paragone, a Verona, alle porte della città antica, è programmato il recupero dell’ex mercato ortofrutticolo, destinandone l’area di 59 mila metri quadrati a nuova city per la finanza veneta. Una cittadella dove dovrebbero a regime lavorare all’incirca tremila persone, dipendenti del gruppo Unicredit, del Banco popolare di Verona, della Cattolica assicurazioni, di altre istituzioni creditizie. L’investimento, promosso da Fondazione Cariverona, Cattolica e Banco popolare è stimato in circa 200 milioni di euro e richiederà almeno 5 anni di tempo quanto all’esecuzione dei lavori.
A Dolo è in gioco un intervento che si sviluppa su un territorio dieci volte più grande di quello di Verona, con una richiesta di edificare 2 milioni di metri cubi. A questo punto, introduciamo subito una domanda semplice semplice, una fra le altre dei tanti quesiti irrisolti: ma se sarà consentito il placet ai privati imprenditori mobilitati per l’urbanizzazione delle campagne di Dolo, che ne sarà del recupero della zona industriale di Marghera? Il polo industriale di Marghera è largamente dismesso, il governatore veneto Giancarlo Galan preme affinché le imprese chimiche cessino ogni attività entro il 2015. Misurando il tempo secondo i cicli di investimento e di ammortamento delle aziende, vale a dire che Galan vuole che la chimica se ne vada da Porto Marghera domani.
Tralasciando un’analisi puntuale sulla opportunità che l’Italia abbandoni il presidio sulla chimica, rimane da capire quali nuove attività economiche potranno effettivamente abitare a Marghera. E qui intendiamo enfatizzare la relazione con Veneto City. Se a Dolo sarà concentrata un’enorme mole di attività direzionali, di industrie innovative, di servizi avanzati, di alberghi, che futuro potrà mai avere Marghera? Se Dolo catalizzerà un imponente volume di investimenti, quanti denari resteranno in circolazione per il recupero delle aree dismesse a Marghera e per l’invenzione di un nuovo destino per la più grande e degradata zona industriale del Nordest?
Sono questioni che giriamo a chi ha responsabilità politica. Le giriamo al presidente della Provincia di Venezia, Davide Zoggia, depositario con le recenti riforme di considerevoli poteri in materia di pianificazione urbanistica. Le giriamo al governatore Galan, che mantiene un ruolo incisivo nella pianificazione territoriale e, più in generale, nella programmazione dello sviluppo economico del Veneto. Le giriamo al sindaco Massimo Cacciari, che fra le altre sfide è chiamato a misurarsi con il futuro possibile di Marghera. Galan, Zoggia e Cacciari esemplarmente incarnano la figura dell’amministratore che deve perseguire il «bene comune», che deve badare all’interesse collettivo. Ebbene, a Zoggia e a Galan chiediamo se il «bene comune» consista nell’assecondare il disegno speculativo di Stefanel, Biasuzzi, Endrizzi, che sono i promotori di Veneto City. Chiediamo a Cacciari, a Galan e a Zoggia come sta assieme il loro annuncio di voler dare un futuro a Marghera e l’operazione di Dolo. Chiediamo a Galan, inoltre, se è vero che Veneto City potrebbe ospitare un polo rilevante di uffici della Regione, perché Dolo sarebbe baricentrica e facilmente raggiungibile dall’intero territorio regionale. Se tale ipotesi fosse veritiera, ci permettiamo di osservare che sarebbe un formidabile volàno, uno straordinario vantaggio competitivo riconosciuto a tavolino ai promotori di Veneto City.
Chiediamo, infine, a Zoggia come possa far rientrare ex post nel suo neonato Piano territoriale provinciale di coordinamento l’urbanizzazione di un’area di 560 mila metri quadrati. Ma Zoggia, annunciando il Ptcp, non aveva detto che era tempo di cessare la cementificazione del territorio? E Zoggia, Cacciari e Galan non sanno forse che il Veneto è già pieno zeppo di capannoni con la scritta «affittasi» o «vendesi» per la semplice ragione che il modello produttivo classico è superato e, abbandonata gran parte della filiera manifatturiera, per cui servono spazi molto meno abbondanti del passato?
A Cacciari, da ultimo, giriamo l’accusa rivolta all’amministrazione comunale di Venezia da Adriana Marinese, primario imprenditore edile-immobiliare, che contesta alla burocrazia di Ca’ Farsetti totale immobilismo, di non dare risposte a programmi di intervento nella prima zona industriale di Marghera, valutati a spanne 500 milioni di euro.
L’immobilismo del burocrate veneziano può divenire l’alibi per chi volesse dare la precedenza a Veneto City