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Il “bene” comune. Una serie di interventi sull’urbanistica

dom, set 27, 2009

Ambiente, Edilizia, La città

Crediamo che una buona parte degli argomenti trattati dal forum ruotino attorno alla nuova realtà edilizia che sta cambiando in modo tanto rapido quanto intenso il panorama jesolano.

Per questo abbiamo cercato opinioni e analisi nel tentativo di leggere le cose con  strumenti più precisi, ricorrendo a persone competenti, che qui ringraziamo per la disponibilità accordataci.
Quello pubblicato ora è il primo di una serie di articoli sull’urbanistica.

Rodolfo Murador-Jesoloforum

Il “bene” comune

In Italia si costruisce sempre di più. Ogni giorno che passa, lo sviluppo urbanistico si mangia una quantità sempre maggiore di terreni agricoli, la cui destinazione d’uso viene mutata da strumenti urbanistici di varia natura, con conseguente improvviso aumento vertiginoso del loro valore.
Eppure, a leggere le cronache qua e là, a fronte di un così massiccio aumento dell’offerta residenziale, non sembra corrisponda una risposta alla domanda impellente di un’abitazione dignitosa che da più parti emerge.
Secondo l’Istituto nazionale di urbanistica, in Italia vi sono 28 milioni circa di abitazioni, di cui circa 8 milioni risulterebbero in più rispetto alle necessità. Una quantità di appartamenti non occupati o variamente disponibili sul mercato, che per qualche motivo non riescono a colmare la “fame” di abitazioni sentita in modo particolare dalle fasce di popolazione più disagiate. Una fetta sempre più importante di popolazione, di fatto, non riesce ad accedere, o fa molta fatica a farlo, a quel bene così importante e primario che è la casa; eppure lo sviluppo c’è: ma, evidentemente, non c’è più equilibrio tra reddito e valori immobiliari.
Sembra che nel punto di incontro tra speculazione e interesse della comunità stia il nodo della questione.
Già negli anni ‘60 la questione era stata posta, ed in particolare con il ministro democristiano Fiorentino Sullo che aveva proposto l’esproprio dei terreni edificabili al fine di fermare la corsa alla speculazione che finiva per realizzare alloggi a prezzi eccessivi, oltrechè a costruire sulla base di criteri di non equilibrio. In buona sostanza, il Comune compra le aree a prezzo agricolo, provvede all’urbanizzazione e solo allora le cede ai costruttori, con il risultato che i prezzi delle case non si caricano più dell’ eccessivo costo del terreno.
Sullo venne politicamente “fatto fuori”, anche dai suoi; il suo disegno di legge rimase di fatto solo un disegno.
Il principio sul quale si basava la proposta Sullo, era in sostanza che il diritto di edificare è pubblico, non privato, e nell’interesse di tutti.
Ma la realtà odierna ci mostra una situazione ben diversa, ed i risultati sono sotto gli occhi di tutti: soprattutto nelle grandi città, ex scuole abitate da famiglie monoreddito, da lavoratori precari, da sfrattati, persone insomma che non hanno modo di accedere al normale mercato delle abitazioni. Per contro, centri storici con centinaia di appartamenti non utilizzati, edifici di nuova costruzione che non vanno venduti.
Eppure, dicevamo, si continua a costruire.
Ma quali sono gli strumenti urbanistici che regolano lo sviluppo urbanistico? C’è innanzitutto da dire che il principio cardine sul quale l’urbanistica moderna  poggia è in sostanza il “Do ut des” latino: il comune concede la possibilità di costruire, e di costruire una determinata cubatura con una certa destinazione d’uso, in cambio vuole che il privato proprietario dell’area realizzi determinate opere, cosiddette di urbanizzazione (strade, piazze, marciapiedi, infrastrutture), insomma una contrattazione pubblico/privato in cui però può accadere che il pubblico non abbia un ruolo pertinente.  Gli ultimi anni hanno inoltre visto la nascita di strumenti urbanistici “in deroga” a quelli vigenti, rafforzando a maggior ragione questo principio della contrattazione tra pubblico ed un privato che, essendo economicamente più forte, finisce per avere la parte del protagonista. Si tratta dell’ urbanistica contrattata, presente e futuro dello sviluppo urbanistico o almeno di una sua parte cospicua; in qualche città, finisce che gli accordi di programma prendono il sopravvento rispetto alle previsioni del PRG, al punto che la città viene di fatto disegnata dai proprietari delle aree. In qualche caso, come a Roma, la città tende a svilupparsi a macchia d’olio, come priva di regia, e secondo direttrici che magari non erano quelle inizialmente previste.
Secondo l’Istat, al nord l’intera fascia pedemontana è diventata un’interminabile distesa di cemento e asfalto, “quasi senza soluzione di continuità”: città e paesi si sono fusi formando “una delle più vaste conurbazioni europee”. Una megalopoli di fatto cresciuta senza una pianificazione, che dalla Lombardia e dal Veneto arriva fino alla Romagna. Al centro, “stanno ormai saldandosi Roma e Napoli”.
Sempre secondo l’Istat, l’escalation edilizia non trova alcuna giustificazione demografica: tra il 1991 ed il 2001, la popolazione italiana è lievitata del 4 per mille, immigrati compresi, mentre le “località edificate sono cresciute del 15%”.
Secondo il responsabile di Legambiente in Lombardia, Damiano De Simone, “l’assurdo del caso italiano è che i comuni sono costretti a finanziarsi svendendo il territorio”: “Gli oneri di urbanizzazione, da contributi necessari a dotare le nuove costruzioni di verde e servizi, si sono trasformate in entrate tributarie, per cui le giunte più ricche e magari più votate sono quelle che favoriscono le speculazioni”.
All’estero, tuttavia, l’esperienza è ben diversa: a Berlino, nello sviluppo di ogni progetto urbanistico, si è molto attenti ad utilizzare zone  vicine  a linee di trasporto già esistenti, in modo tale che la costruzione di nuove zone non porti ad un aumento del traffico di automobili. Questo tipo di politica punta a diminuire il traffico di auto private all’interno della città, mentre aumenta l’uso dei mezzi pubblici e la circolazione in bicicletta.
A Parigi, l’Istituto per la gestione dello sviluppo urbano ha messo a punto un nuovo Piano regolatore che è andato ad invertire le tendenze del Piano precedente, il quale proponeva 44.000 ettari di urbanizzazione, ossia l’estensione della città e l’allargamento della rete stradale.
L’obiettivo del nuovo piano è ora la densificazione, vale a dire la non dispersione della città e del trasporto pubblico, all’insegna di un concetto di minor consumo di spazio ed energia e di un minor inquinamento. Qui ogni trasformazione è prevista in via preliminare, non esistono accordi con il privato che possano consentire operazioni diverse da quelle stabilite a priori dallo strumento urbanistico generale.
All’estero, hanno in sostanza capito che per diminuire il traffico bisogna invertire la tendenza della crescita disordinata verso l’esterno, che tende a portare traffico verso l’interno della città, dove le persone hanno il loro luogo di lavoro; che la qualità della nostra vita dipende in buona parte anche da una buona pianificazione, da un gioco di pesi e contrappesi che evita l’espulsione della popolazione verso l’esterno delle città o comunque verso zone dove il costo delle abitazioni possa essere alla loro portata.
In Germania, i 2/3 degli investimenti per l’edilizia vanno al patrimonio esistente: la maggior parte dell’edilizia ha luogo all’interno della città, per cui si utilizzano terreni incolti, vecchie aree ferroviarie o postali, in modo tale che la popolazione aumenta all’interno della città stessa e non alimenta le aree suburbane; si verifica cioè una sorta di rinascita della città ed una crisi dei sobborghi. Anche qui, la possibilità di cambiare la destinazione d’uso dei terreni, in modo tale da renderli edificabili, è stabilita in via preliminare dalla pianificazione pubblica e sulla base di precisi obiettivi che si intende realizzare; siamo cioè molto lontani da una mentalità e dal costume, più tipicamente italiano, di favorire questo o quel privato concedendo trasformazioni che non servano alla collettività o che non rispondano ad un preciso disegno.
Il problema è forse anche quale tipo di disegno si vuole dare allo sviluppo delle nostre città, se vi è l’intelligenza, la lungimiranza, di vedere e proporre uno sviluppo equilibrato, che miri al benessere di ogni cittadino e non al soddisfacimento di interessi di pochi.
In una intervista, Edoardo Salzano, uno dei maggiori urbanisti in Italia, dice che…” C’è un pensiero unico che va combattuto con una svolta culturale: il suolo libero è una risorsa scarsa che va conservata. E per farlo serve una pianificazione più seria e più vasta di quella comunale.”

M.A.V.

(continua)

9 Commenti per questo articolo

  1. Luigi - commento N.1 :

    L’argomento trattato in questo articolo è della massima importanza, e non so se tutti se ne stiano rendendo conto. La salvaguardia del territorio e delle risorse ambientali (quelle che rimangono) è un’urgenza che in Italia non è secondaria all’attuale crisi economica. Anzi, le due emergenze sono strettamente intrecciate, visto che una delle principali risorse economiche dell’Italia deriva dal suo patrimonio storico-artistico e ambientale. Direi che difficilmente il nostro Paese uscirà veramente dalla crisi senza prima aver instaurato un rapporto equilibrato e razionale con il proprio territorio.
    Purtroppo, quello a cui stiamo assistendo è un continuo aggravamento di una situazione già ampiamente compromessa.
    La dilagante espansione dei centri abitati crea un agglomerato informe, dove la distinzione tra terreni agricoli e terreni edificabili è diventata solo una questione di valori commerciali, anziché essere una linea divisoria tra due confini: quello della città e quello della campagna.
    Oltre all’impoverimento delle già scarse riserve naturali e alla svalutazione dei centri storici, aumentano a dismisura i problemi sociali.
    L’articolo qui sopra ha sottolineato il problema del traffico, ma esso non è certo l’unico problema di gestione dei servizi pubblici. Si pensi ad esempio ai servizi di polizia, quando una pattuglia a Jesolo d’inverno, per sorvegliare su poco più di ventimila abitanti, dovrebbe fare un giro di centinaia di kilometri, tra centro e frazioni.
    Lo stesso accade per un’ambulanza che deve soccorrere un ferito nella sua abitazione.
    Questo tanto per restare nella realtà a noi più vicina.
    Un altro aspetto, poi, che vorrei evidenziare è quello di ordine qualitativo. Non sono un esperto del settore, ma credo si possa affermare che il recente sviluppo urbanistico (non mi riferisco solo a Jesolo) sia caratterizzato, oltre che dalle sue dimensioni quantitative, da una scadente resa estetica.
    Si vedono sparse dappertutto ville, villini, villette, condomini, magari anche esteriormente gradevoli se individualmente presi, ma senza nessuna relazione con il contesto in cui sono inserite.
    Per non parlare della moda diffusa di copiare in maniera grossolana e spesso kitsch stili e forme che appartengono ad altre realtà (liberty, coloniale, hollywoodiano ecc.).
    Nella corsa a costruire non c’è limite al cattivo gusto.

    Luigi-Jesoloforum

  2. Graffio - commento N.2 :

    Mi trovo concorde sul commento appena fatto…. Credo che Jesolo sia e stia diventando una massa informe di non-luoghi e di strutture impersonali, non pratiche, fondalmentalmente fastidiose e poco curate nei particolari.
    Un conto è prendere un’intero quartiere e riqualificarlo in toto, un’altro è prendere l’intera città e far crescere come brufoli nel culo qua e là grattacieli e parchi commerciali.
    Resta da capire cosa ricorderanno i turisti e i suoi abitanti tra 10anni… il mare o i cantieri ???
    Come cambiaranno gli sfondi delle cartoline ??? Vedremo la spiaggia e il suo mare, le sue zone naturali o i grattacieli fallici, i parcheggi a pagamento e le fantomatiche cittadelle della musica ???………
    Resto sempre basito nel intravedere solo pochissimi sani di mente che non accettano un PRG scriteriato che oramai a ben poco di esteticamente simile al plastico presentato e che non rappresenta per nulla la nostra cultura e il nostro territorio.

    .::GRAFFIO::.

  3. punks not dead - commento N.3 :

    “Nella corsa a costruire non c’è limite al cattivo gusto.”

    una lettura credo interessante per chi volesse aggiornarsi sul concetto di “buon gusto” in architettura:
    http://tinyurl.com/Learning-from-Las-Vegas

  4. Graffio - commento N.4 :

    Che c’entra la cultura americana del LORO cosiddetto buon gusto (spesso kitsch) con la cultura e il gusto Jesolano !!!
    Noi al massimo siamo Veneti, non Americani….
    A me non interessa il gusto degl’altri, a me interessa il mio gusto e la mia identità. Le identità degl’altri stanno bene nei loro territori e nella loro cultura, quindi non vedo perché importarla per poi snaturare la nostra identità.
    Non dobbiamo essere un Telemarket dei Grattacieli e nemmeno quello della speculazione.

    .::GRAFFIO::.

  5. larissa - commento N.5 :

    Caro Punks, a me pare che dimentichi con facilità il tema della discussione che non verte tanto sulle singole architetture o sul buon gusto delle stesse, bensì su quella disciplina che ha risvolti sociali, economici, ambientali e chi più ne ha più ne metta, che è l’urbanistica.
    Stiamo parlando di come si vive la città, e di quanto importante sia il suo sviluppo ordinato e coordinato per far sì che chi ci abita ci viva bene.
    Dove viviamo influisce sulla nostra vita e sul nostro benessere più di quanto tu possa credere. E non è una questione di un singolo edificio. L’edificio è bello quando è inserito in un contesto, ed i capolavori dell’architettura hanno proprio questa prerogativa.
    Il contesto. Il tessuto urbano.
    Ma qui, in questo dibattito si va oltre, e si ragiona su uno sviluppo delle città che non porta al bene di chi ci vive.
    Tutto il resto a me sembra appartenere più alla sfera dei discorsi degli studenti di architettura alle prese con gli esami di storia…

  6. punks not dead - commento N.6 :

    “L’edificio è bello quando è inserito in un contesto”

    questa è una sciocchezza.
    l’edificio è bello quando possiede qualità progettuali intrinseche.
    la corretta progettazione urbanistica è solo una struttura di riferimento, ciò che rende felice o meno un ambiente urbano è la qualità degli edifici che lo compongono.

    e se è vero che un buon piano urbanistico non è una condizione sufficiente per realizzare un piacevole ambiente costruito, è anche vero che, al contrario, un insieme di edifici contrassegnati da alta qualità formale e assemblati in modo spontaneo possono dare vita ad insiemi urbani di altissima qualità (è il caso della città medievale).

    quindi il discorso sulla qualità architettonica rimane sempre centrale quando si parla di urbanistica.

    certo sarebbe utile se l’architettura non venisse studiata solo dagli studenti delle facoltà di architettura.

  7. Graffio - commento N.7 :

    Mio Dio !!… spero che tu non costruisca mia…. che danni !!! ….. :-|

    .::GRAFFIO::.

  8. larissa - commento N.8 :

    Dal sito Eddyburg.it vi riporto uno stralcio dell’intervista all’architetto Richard Bardett…i temi trattati si collegano ampiamente con quelli dell’articolo. Mi pare interessante proporvelo…
    «Londra sta crescendo, a differenza delle altre grandi città europee: 750 mila persone arriveranno entro il 2015».

    Perché dice “arriveranno”?
    «Perché la gran parte dei nuovi londinesi verranno da fuori, in particolare dall’Europa dell’est. Si prevedono almeno 400 mila nuovi posti di lavoro. D’altronde Londra ha superato Tokyo e New York per il giro degli affari che si realizzano e per gli investimenti soprattutto di russi e arabi».

    E la città come si prepara ad accogliere i nuovi venuti?
    «Livingstone ha deciso che tutto lo sviluppo edilizio si svolga all’interno degli attuali confini della città – la cosiddetta Green Belt – senza consumare un centimetro quadrato del verde che la circonda. Si edificherà solo sui terreni abbandonati – ex aree industriali, vecchi scali ferroviari, depositi di gas o elettrici. E solo dove già esiste un sistema di trasporto pubblico. Londra ricostruisce se stessa».

    È un fenomeno urbanistico e sociale insieme.
    «Nascono quartieri che dovrebbero sfruttare la vera forza della città, la forza della reciprocità, come la chiama il sociologo Richard Sennett, quella che sconfigge “l’estraniamento e il rancore”. La città è nata mescolando funzioni diverse – la casa, il lavoro, la cultura, il divertimento. Ogni quartiere deve riprodurre questi intrecci. Tenga poi conto che almeno metà di tutti i nuovi insediamenti deve essere accessibile alle fasce economicamente più deboli, da chi ha pochissimi mezzi fino a chi sta già un po’ meglio, ma certo non può permettersi i prezzi del libero mercato. I quartieri evitano di diventare ghetti se ospitano persone di ceti diversi».

    Apro una parentesi. Fra la città che cresce disperdendosi sul territorio e la città compatta, che invece tiene ben presenti i suoi confini, lei predilige questo secondo modello?
    «Non c’è dubbio. La prima è la città dell’auto privata. Occorre ricordare che le grandi città del mondo contribuiscono per il 75 per cento alle emissioni di anidride carbonica?».

    Forse sì.
    «E allora facciamolo. Ma la città compatta non ha solo minori effetti sul riscaldamento globale. È molto meno costosa, perché i trasporti pubblici e tanti altri servizi non sono costretti a rincorrere i brandelli di quartieri sparsi nel territorio».

    Torniamo a Londra. Si vedono già gli effetti di quella che gli urbanisti chiamano la ridensificazione?
    «L’uso delle macchine è diminuito del 20 per cento dal 2001. E nello stesso periodo è raddoppiato quello dei mezzi pubblici su strada. Il 99,8 per cento di chi lavora nella City – gente ricca, forse straricca – usa o la metropolitana o l’autobus. I parcheggi sono stati banditi dal centro…».

    … e invece parcheggi si progettano e si costruiscono nei centri storici di Milano e di Roma…
    «A Londra si prevedono parcheggi in centro solo per i disabili. Ma accade lo stesso a Tokyo, dove quasi l’80 per cento degli abitanti usa stabilmente la metropolitana. I soldi che l’amministrazione londinese incassa dal biglietto d’ingresso delle auto nel centro – fra i 2 e i 300 milioni di euro l’anno – sono destinati a migliorare il trasporto pubblico e tutti i servizi che si realizzano nei nuovi quartieri – ospedali, biblioteche, scuole».

    La tendenza che prevale nel mondo, però, è lo sprawl urbano, la città diffusa. Sia nel mondo occidentale, tanto più in Africa o in Sudamerica dove l’urbanesimo è quello degli slums, delle baraccopoli.
    «Città del Messico esemplifica al meglio la tensione tra ordine spaziale e ordine sociale. La sua sterminata espansione, con il 60 per cento dei 20 milioni di abitanti che vivono in baracche e case abusive, rivela disparità economiche enormi, ma che sono rese più acute dal dominio delle auto in una città in cui la benzina costa meno dell’acqua minerale».

    E come si fronteggia questo fenomeno?
    «Purtroppo si continua a investire in autostrade a due livelli anziché nel trasporto pubblico. Queste scelte stanno deteriorando ulteriormente la città, aumentando i tempi di tutti gli spostamenti e spingendo i poveri ai margini più remoti di una metropoli che sembra non avere limiti».

    E i più ricchi?
    «Cercano protezione nelle comunità blindate e protette da grate o nei nuovi ghetti verticali di Santa Fè, grattacieli scintillanti che dominano la città di casupole. Non è difficile capire che solo aumentando la popolazione che vive nei quartieri centrali si può ovviare alle gravi carenze strutturali – trasporti pubblici insufficienti, l’acqua potabile che scarseggia, terreno franoso e mancanza di spazi aperti. Ma l’assenza di qualunque controllo sull’edificazione fuori dei confini legali della città vanifica ogni tentativo di pianificazione».

    I centri storici si svuotano di residenti anche in Italia.
    «È grave che ciò accada. Gli effetti negativi si propagano in tutta la città. Un caso estremo, però, è quello di Johannesburg, dove il quartiere di Hillbrow, che era la sede delle principali istituzioni finanziarie fino al 1994, nello spazio di pochi anni è diventato una zona inaccessibile, sia ai neri che ai bianchi. Il paesaggio è inquietante, di sera si vedono solo le luci tremolanti di cucine improvvisate: indicano la presenza di una nuova sottoclasse urbana priva di diritti. Gli edifici, anche quelli di recente costruzione, restano vuoti o vengono chiusi con assi di legno. Questa regione diventerà una delle più popolose dell’Africa, malgrado gli effetti dell’Aids e una speranza media di vita di 52 anni. Ma se lo spazio e i trasporti pubblici non riescono a sviluppare il loro potenziale democratico, diventando luogo di integrazione e di tolleranza, si creerà un sistema che celebra la diversità e non l’inclusione».

  9. barbossa - commento N.9 :

    Spulciando i vari commenti di questo post mi sono soffermato sul commento N°6 di punks not dead.
    Se tu, punks not dead, sei un architetto, oppuere un qualsiasi “addetto ai lavori” che opera nel campo edilizio, dovresti sapere che il primo passo per iniziare a produrre un progetto (non per approvarlo, addirittura per decideres se procedere con la produzione o meno) è l’analisi di fattibilità. In questa analisi l’ubicazione è molto importante. Bisogna valutare se la costruzione non deturpi l’ambiente e soprattutto se si rende utile.
    La bellezza di una costruzione è cosa assai diversa. Non è detto che una struttura bellissima conferisca bellezza anche al paesaggio che la circonda. Ti faccio un esempio. Una scuola elementare all’avanguardia, dotata di molte classi, PC di ultima generazione fornita di insegnati eccellenti, se costruita in una zona marginale rispetto al centro abitato dove c’è scarsa accessibilità, non serve a nulla. Questa avrà analisi di fattibilità negativa, perciò non si costruisce.
    Le opere devono essere collocate nel posto giusto. E vero che un edificio deve avere, come dici tu, anche delle qualità progettuali intrinseche, ma deve esserci armonia tra ambiente e costruzioni.

    Barbossa

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