VIETATO MORIRE PER NON DISTURBARE I BAGNANTI
ven, lug 31, 2009
Caspita, non ci avevo ancora pensato: si fa un gran parlare di concerti notturni, discoteche, baccano in piazza Mazzini e altre rumorose attività che rovinano il riposo di turisti e residenti, ma finora non avevo ancora realizzato che c’é un’altra azione, direi estrema, che in determinate circostanze di tempo e di luogo può turbare sommamente la quiete dei turisti e degli ospiti vacanzieri: e sarebbe cioè l’azione di morire.
In genere, si dice che chi muore toglie il disturbo, per cui l’andarsene all’altro mondo dovrebbe essere il massimo atto di discrezione che una persona può compiere verso il prossimo, eppure non è sempre così, e in certi casi, se non si sta attenti, si rischia di ottenere l’effetto opposto.
L’ho scoperto leggendo la seguente notizia apparsa oggi su alcuni quotidiani:
“Napoli, muore in spiaggia tra l’indifferenza dei bagnanti
L’uomo galleggiava in acqua, ma nessuno ha fatto nulla: nemmeno un tentativo di soccorso per una persona che poteva esser ancora viva”
Sembra, in sostanza, che un inqualificabile provocatore si sia fatto cogliere da malore improvviso mentre faceva un bagno in una spiaggia vicina a Napoli e che abbia poi abbandonato il proprio cadavere sul bagnasciuga, occupando per circa due ore lo spazio che normalmente è riservato ai giochi di palla o ai castelli di sabbia.
Per fortuna, i numerosi bagnanti presenti in quel momento si sono comportati con compostezza ed opportuno distacco, riuscendo a non interrompere il loro sollazzo o le loro ludiche occupazioni.
Nonostante il fastidio che evidentemente causava il mortale ingombro, la freddezza dimostrata dai bagnanti, anche sotto il torrido solleone, ha permesso a tutti di mantenere la calma.
Giusto, inutile prendersela con il morto! E poi si sa che non c’è sordo peggiore di chi non vuol sentire!
Però mi domando, con tutti i posti che ci sono per tornare al Creatore in santa pace, proprio su una spiaggia affollata di fine luglio uno deve scegliere la propria dipartita?
È proprio vero, non c’è limite all’inciviltà, neanche nei posti in cui più si dovrebbe vivere in armonia e portare rispetto per il meritato riposo dei vacanzieri!
Mi chiedo poi, e se un episodio simile fosse capitato sulla spiaggia di Jesolo, magari proprio in uno di quei lunghi tratti dove non c’è soluzione di continuità tra un ombrellone e l’altro?
Ve lo immaginate un povero cristo al sole, che già deve girarsi ogni due minuti per esaminare la merce dei vari abusivi ed ambulanti marini, parare la palla dei ragazzini intorno, ascoltare lo stereo dell’amico accanto, venire a conoscenza degli interminabili cazzi delle comari chiaccherone, respirare l’altrui fumo di sigaretta, prendersi gli schizzi d’acqua della figazza docciata e sculettante; dover sopportare, dopo aver fatto tutto questo, perfino l’esalazione finale del suo vicino di sdraio?
Chissà se anche noi e i nostri ospiti qui a Jesolo avremmo avuto l’impeccabile aplomb tenuto dai bagnanti partenopei che, senza cadere nella provocazione del morituro, hanno continuato imperterriti a spalmarsi la crema solare, lanciarsi la palla, fare due tuffi e chiaccherare del più e del meno in piacevole compagnia.
Probabilmente anche sì, visto che pur vivendo in spazi sempre più stretti e libertà sempre più limitate, diventiamo sempre più distanti e indifferenti l’uno dell’altro.
Tuttavia, ritengo che a questo punto, dopo il grave precedente napoletano, sia quanto mai opportuno che con ordinanza sindacale, indifferibile e urgente, venga apposto, accanto alle targhe dei numerosi divi che rendono stellato il nostro lungomare, un cartello del seguente tenore: “Ai fini della tutela della pubblica quiete, è severamente vietato morire sull’arenile e nelle sue immediate adiacenze. Il trasgressore verrà punito con una ammenda da euro 50 ad euro 500, oltre all’aumento dal 100 al 200 percento delle tariffe vigenti in materia di lumini votivi. È fatto tassativo divieto agli assessori comunali, ai consiglieri e ai rappresentanti dei gruppi politici di intercedere per l’annullamento, l’archiviazione e/o la revoca della comminata sanzione”
Luigi Sclebin







agosto 1st, 2009 at 14:42
Gran bell’articolo, avv.Sclebin. Non dico divertente…ma lo penso, con tutto il rispetto per il defunto.
Un modo diverso, e più efficace , di essere indignati.
Complimenti
Dinmint
agosto 1st, 2009 at 19:09
Bello anche il commento di Vittorino Andreoli
Corriere.it di oggi 1 giugno
IL LUNGOMARE E QUEL MORTO FUORI POSTO
L’indifferenza in spiaggia: ci sono i luoghi per morire e si muore sempre di una malattia
Un morto in spiaggia, tra gente che si gode il sole e mostra di essere finalmente in vacanza, è semplicemente uno fuori posto. Uno che non sa capire le situazioni, che non ha la sensibilità per stare nella società del tempo presente, stressata dalla crisi economica, dalla paura della perdita dello status sociale difficilmente raggiunto ed ora in pericolo. E se si incontra un uomo così, morto, lo si cancella come se non ci fosse e lo si copre con un asciugamano e si continua a vivere e a fare vacanza. In queste ricorrenze, sempre meno frequenti, interessano semmai i corpi capaci di fare sognare un incontro galante. Si guardano le barche a vela che passano nel golfo di Napoli e si immagina il piacere di sentire il vento che spinge le vele, la bellezza del potersi mostrare al timone.
Che cosa si pretende, che si chiami la polizia che vuole nome e cognome, o che si cerchi di dare una mano a chi pare non stia a galla? Per carità magari ti incriminano per omicidio o nel migliore dei casi per soccorso inadeguato. Meglio finire la barzelletta che si era incominciato o raccontare il viaggio che si è programmato tra due settimane.
Il morto non c’è. E poi la morte è banale. Se ne vedono continuamente alla televisione, su Internet, nelle cronache dei giornali: non fanno notizia. Ci sono i luoghi per morire e si muore sempre per una malattia. Niente di strano, quotidianità, banalità. La morte è un evento a cui non pensare. Si dimentica la propria, figuriamoci se si può essere colpiti dalla morte di altri. Ad ognuno il suo, viene da dire. È passato il tempo del destino, degli dei, del mistero. Viviamo la vita digitale e la morte la si conosce cliccando su Google. Non riguarda nemmeno più le religioni che devono farsi cantori della gioia non più del memento mori. Finalmente la morte è morta e questo annuncio andrebbe subito dopo quello di Nietzsche sulla morte degli dei. Esiste l’uomo, l’uomo di superficie, della forza, della vita, non l’uomo della interiorità con i problemi del senso e del significato di essere nel mondo. È tempo di empirismo e conta solo avere un corpo prestante e un po’ di denaro e per questo servono il sole e buone amicizie, quelle giuste. La morale, il senso del peccato, il sentimento di colpa, sono temi della archeologia dell’uomo e si deve andare molto indietro a quando la morte provocava il lutto ed era preceduta dalla agonia. Quando non si doveva correre, ma si stava sotto un albero a perdere il tempo e pensare persino ai rimorsi, a come prodigarsi per le disgrazie del prossimo.
Il prossimo, un termine che nemmeno Google segnala più, dépassé. Occorre essere pragmatici soprattutto quando la vita diventa faticosa e stressante. Occorre dimenticare le tristezze, persino i debiti e vivere perché questo è il vero imperativo. Di disgrazie ci si occupa semmai facendo volontariato, ma lo si fa solo i giorni lavorativi e per due ore al giorno. Sufficit. Per questo «lasciamo che i morti seppelliscano i propri morti» e lasciamo ai vivi la soddisfazione di godersi una giornata di sole sul lungomare Caracciolo nella Napoli in cui per fortuna non ci sono più immondezze. Roba anche questa per l’inverno non per il tempo di vacanze.
agosto 2nd, 2009 at 16:28
Complimenti a Sclebin per l’articolo, ironico ed arguto. Bello anche quello riportato dal Corriere. Bravi.
“La morte è banale”..
agosto 2nd, 2009 at 17:10
Caro Luigi, mi ripeto, ma leggo sempre con piacere i tuoi articoli.
Come ha scritto Dinmint, anche io ho sorriso per quello che hai scritto (per COME lo hai scritto), non certo per l’argomento trattato.
Sono andata a vedere il link con l’articolo di cronaca.
Io vorrei, però, che in questo caso, ma lo si può fare in molte altre situazioni, si andasse un po’ oltre il titolo ad effetto.
Indipendentemente dal luogo dove ciò è accaduto (può essere che al sud Italia culturalmente si facciano un po’ più “gli affari propri” perchè ad impicciarsi si possono avere spiacevoli conseguenze?) ci può stare che le persone (soprattutto in vacanza) non stiano tanto a badare a ciò che accade intorno: al mare si va per rilassarsi o no?
Ci lamentiamo perchè quotidianamente abbiamo gli occhi addosso dei vicini di casa impiccioni che sanno a che ora vai e a che ora vieni, i colleghi di lavoro stilisti che ti squadrano dalla testa ai piedi, i fidanzati gelosi, le suocere invadenti, i compaesani chiacchieroni… Ben venga che al mare si possano mostrare i rotolini(oni) in santa pace!! (seppur quella eterna…)
Vado oltre il momento di un eventuale soccorso che non c’è stato. Vorrei sottolineare, comunque, che la psicologia insegna che nei luoghi affollati diminuisce molto la responsabilità personale (se c’è qualcosa di strano e nessuno interviene la cosa è davvero strana o me la immagino io? E comunque se nessuno interviene perchè devo farlo io??).
Una volta appurato che il poveretto era passato a miglior vita, che doveva fare la gente che era là? La foto del link mostra delle persone in piedi che guardano verso la salma. Questa non mi sembra indifferenza, ma grazie al cielo neanche morbosità, spero, che sarebbe stata molto peggio, no?
Ho trovato rispettoso il fatto che lo abbiano coperto e protetto con l’ombrellone.
Quanto a Jesolo, la settimana scorsa una persona non proprio vicino a dove stavo prendendo il sole ha avuto un malore. Il personale di servizio allo stabilimento si è subito allertato e un medico presente in spiaggia è intervenuto.
…E pensare che io ero convinta di far passare inosservati i miei rotolini(oni)!
Indo (in spiaggia col burka)