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vergognamoci!

gio, lug 30, 2009

riflessioni

Questo articolo di Gianrico Carofiglio (consulente della Commissione parlamentare Antimafia, magistrato e senatore), pubblicato su Repubblica due giorni fa, pone il tema della vergogna in modo singolare, sostenendo che l’incapacità di vergognarsi riveli una patologia.

Rodolfo


Il peccato di essere senza vergogna

UN SINTOMO del grado di sviluppo della democrazia e in generale della qualità della vita pubblica si può desumere dallo stato di salute delle parole, da come sono utilizzate, da quello che riescono a significare. Dal senso che riescono a generare. Oggi, nel nostro paese, lo stato di salute delle parole è preoccupante. Stiamo assistendo a un processo patologico di conversione del linguaggio a un’ ideologia dominante attraverso l’ occupazione della lingua. E l’espropriazione di alcune parole chiave del lessico civile. È un fenomeno riscontrabile nei mediae soprattutto nella vita politica, sempre più segnata da tensioni linguistiche orwelliane. L’ impossessamento, la manipolazione di parole come verità e libertà (e dei relativi concetti) costituisce il caso più visibile, e probabilmente più grave, di questa tendenza. Gli usi abusivi, o anche solo superficiali e sciatti, svuotano di significato le nostre parole e le rendono inidonee alla loro funzione: dare senso al reale attraverso la ricostruzione del passato, l’ interpretazione del presente e soprattutto l’ immaginazione del futuro. Se le nostre parole non funzionano- per cattivo uso o per sabotaggi più o meno deliberati – è compito di una autentica cultura civile ripararle, come si riparano meccanismi complessi e ingegnosi: smontandole, capendo quello che non va e poi rimontandole con cura. Pronte per essere usate di nuovo. In modo nuovo, come congegni delicati, precisi e potenti. Capaci di cambiare il mondo. Proviamo allora a esercitarci in questo compito di manutenzione con una parola importante e più di altre soggetta allo svuotamento (e alla distorsione) di significato di cui dicevamo. Proviamo a restituire senso alla parola vergogna. Nell’ accezione che qui ci interessa la vergogna corrisponde al sentimento di colpa o di mortificazione che si prova per un atto o un comportamento sentiti come disonesti, sconvenienti, indecenti, riprovevoli. È una parola da ultimo molto utilizzata al negativo: per escludere, sempre e comunque, di avere alcuna ragione di vergogna o per intimare agli avversari – di regola con linguaggio e toni violenti- di vergognarsi. La forma verbale “vergognatevi” è oggi spesso utilizzata nei confronti di giornalisti che fanno il loro lavoro raccogliendo notizie, formulando domande e informando il pubblico. Sembra dunque che vergognoso sia vergognarsi. La vergogna e la capacità di provarla appaiono qualcosa da allontanare da sé, una sorta di ripugnante patologia dalla quale tenersi il più possibile lontani. Sulla questione Blaise Pascal la pensava diversamente, attribuendo alla capacità di provare vergogna una funzione importante nell’ equilibrio umano. Nei Pensieri leggiamo infatti che «non c’ è vergogna se non nel non averne». In tale prospettiva è interessante soffermarsi sull’ elencazione, che possiamo trovare in qualsiasi dizionario, dei contrari della parola. Troviamo parole come cinismo, impudenza, protervia, sfacciataggine, sfrontatezza, sguaiataggine, spudoratezza, svergognatezza. Volendo trarre una prima conclusione, si potrebbe dunque dire che il non provare mai vergogna, cioè il non esserne capaci, è patologia caratteriale tipica di soggetti cinici, protervi, sfacciati, spudorati. Al contrario, la capacità di provare vergogna costituisce un fondamentale meccanismo di sicurezza morale, allo stesso modo in cui il dolore fisiologico è un meccanismo che mira a garantire la salute fisica. Il dolore fisiologico è un sintomo che serve a segnalare l’ esistenza di una patologia in modo che sia possibile contrastarla con le opportune terapie. La ritardata o mancata percezione del dolore fisiologico è molto pericolosa e implica l’ elevato rischio di accorgersi troppo tardi di gravi malattie del corpo. Così come il dolore, la vergogna è un sintomo, e chi non è capace di provarla – siano singoli o collettività – rischia di scoprire troppo tardi di avere contratto una grave malattia della civilizzazione. Qualsiasi professionista della salute mentale potrebbe dirci che le esperienze vergognose, quando vengono accettate, accrescono la consapevolezza e la capacità di miglioramento, e in definitiva costituiscono fattori di crescita. Quando invece esse vengono negate o rimosse, provocano lo sviluppo di meccanismi difensivi che isolano progressivamente dall’ esterno, inducono a respingere ogni elemento dissonante rispetto alla propria patologica visione del mondo, e così attenuano il principio di realtà fino ad abolirlo del tutto. Come ha osservato una studiosa di questi temi – Francesca Rigotti – l’ azione del vergognarsi è solo intransitiva e non può mai essere applicata a un altro. Io posso umiliare qualcuno ma non posso vergognare nessuno. Sono io che mi vergogno, in conseguenza di una mia azione che avverto come riprovevole. Pertanto la capacità di provare vergogna ha fondamentalmente a che fare con il principio di responsabilità e dunque con la questione cruciale della dignità. Diversi autori si sono occupati alla vergogna. La parola è presente in alcuni bellissimi passi di Dante e ricorre circa trecentocinquanta volte in Shakespeare. Ma è davvero interessante registrare cosa dice della vergogna Aristotele nell’ Etica Nicomachea. «La vergogna non si confà a ogni età, ma alla giovinezza. Noi infatti pensiamo che i giovani devono essere pudichi per il fatto che, vivendo sotto l’ influsso della passione, sbagliano, e lodiamo quelli tra i giovani che sono pudichi, ma nessuno loderebbe un vecchio perché è incline al pudore, giacché pensiamo che egli non deve compiere nessuna delle cose per le quali si ha da vergognarsi». –

Gianrico Carofiglio

5 Commenti per questo articolo

  1. pepecarvalho - commento N.1 :

    Ma perchè non si vergogna Carofiglio che fa una mozione al senato per la “coerenza tra comportamenti privati e vita pubblica” e appartiene ad un partito in cui uno dei candidati segretari gonfiava le note spese quando era in Sicilia a fare il chirurgo e siccome gli americani l’hanno pizzicato si è indignato?
    Siamo stufi dei moralisti alla “io non ci sto” come l’altro compare Scalfaro che prendeva le mazzette dai servizi segreti e si atteggiava a padre della patria.

  2. pumaro - commento N.2 :

    aria fritta.
    un articolo palloso sul nulla che solo Repubblica poteva pubblicare.
    Di peggio c’è solo alberoni il lunedì sul Corsera.

  3. dinmint - commento N.3 :

    Trovo l’articolo illuminante, ma rivolto ad un popolo sordo.
    Ci vergognamo di non pagare le tasse? No, ne facciamo motivo di vanto.
    Siamo riusciti a metterla in quel posto a qualcuno negli affari? Ne siamo fieri!
    Parcheggiamo in zna disabili col tesserino falso? Siamo dei dritti.
    Riusciamo a saltare una coda? Lo raccontiamo agli amici.
    Ci “facciamo” la moglie di un amico? Lo raccontiamo agli amici, tranne a uno.

    E’ bello discutere dell’esistenza di una moralità laica. Forse sarebbe il caso di chiederci se esiste ancora una morale.

    Dinmint

  4. liutprando - commento N.4 :

    A fare un discorso sensato e con poiche parole, ma chiare ed efficaci è dinmint.

    A meno che non si tratti di Gesù Cristo, nessuno ormai ha più titolo di parlare di morale. E tutti comounque hanno titolo di non vergognarsi di fronte alle proprie miserie, e chi si permette di parlare di morale, subito viene indicato come controindicato.

    Io personalmente mi riconosco in parte sulla breve descrizione di dinmint, e quando ci penso dico a me stesso quanto coglione sono, e quanto invidio i Paesi in cui la morale è ancora considerata una cosa seria.

    Apprezzo pepecavlho e pumaro perchè evidentemente appartengono alla categoria di purissimi, senza peccato e molto vicini a Cristo nel pensiero, nella parola e nell’azione al punto da erigersi a giudici di chiunque altro.

    Complimenti!

    Forse è per questo che siamo l’ultimo dei Paesi.

  5. larissa - commento N.5 :

    Mi spiace per Pumaro, ma a me pare un articolo tutt’altro che palloso, ma si sa, i gusti son gusti.
    Riflettere sulle parole e sul loro significato d’altra parte non è da tutti; tuttavia questo è necessario, se non vogliamo svuotare di senso le nostre parole rendendole inidonee a svolgere la loro funzione, come dice l’autore.
    Si sente spesso l’espressione “vergognati”, o “si vergogni” in senso dispregiativo, come fa pepercavalho a cui voglio dire che l’imbroglio o il malcostume non sono una prerogativa particolare di un partito piuttosto che di un altro, fanno parte del nostro DNA di italiani, e ciò non vuol dire che chi la pensa in modo diverso non possa dire la sua a chiare lettere, se è convinto che sia giusto un comportamento diverso; Carofiglio forse si vergognerebbe di non dire quello che pensa. Di fronte agli scandali di tutte le risme di cui ogni giorno abbiamo notizia, io credo che dovremo, ecco, vergognarci un po’ tutti dal momento che facciamo parte della stessa umanità ed in particolare, dello stesso popolo…c’è quindi una vergogna di tipo “collettivo” che dovremmo provare, legata ad un senso di appartenenza alla cosa pubblica, che però a volte ho l’impressione che abbiamo perso; vale a dire, mi sento parte di un tutto più ampio, di cui nel mio piccolo mi sento responsabile.
    Il vergognarsi è strettamente legato al concetto di responsabilità personale, come si dice bene nell’articolo, e sarebbe bene chiedersi quanta responsabilità ci prendiamo nelle nostre azioni quotidiane, quanto invece siamo pronti scaricare su tutto ciò che sta fuori di noi le magagne della nostra esistenza.
    Ogni azione ha una conseguenza, e non possiamo fare finta che le conseguenze non siano nostre o siano sempre ininfluenti sul sistema a cui apparteniamo. Accade invece il contrario. Così, anche al livello di chi ci governa, e ciò appare ancora più grave, sembra che le conseguenze del proprio agire siano cosa da nulla, della serie “cossa vutu che sia?”… Irresponsabilità, quindi. Figuriamoci se uno si vergogna. Purtroppo il nostro presidente del consiglio sembra l’emblema di questo atteggiamento.

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