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E’ possibile una moralità laica?

gio, lug 16, 2009

riflessioni

E’ possibile una moralità laica?

Tratto dal libro  “Disputa su Dio e dintorni”, di Corrado Augias e Vito Mancuso, sorta di dialogo tra un teologo ed un non credente. Il brano, che in tal caso riporta il punto di vista di Augias, offre diversi spunti di riflessione, in primo luogo riguardo alla possibilità o meno di una moralità laica, ossia staccata da ogni riferimento religioso, contrariamente a ciò che la nostra cultura ci ha trasmesso. Buona lettura…
…”Lei crede che l’anima sia immortale e venga infusa in ogni essere umano al momento della nascita o addirittura nel momento iniziale in cui lo spermatozoo più veloce penetra la membrana di un ovulo e lo feconda. Crede che il nostro soggiorno su questa pallina rotante chiamata Terra sia solo un assaggio della vita, vera ed eterna, che arriverà dopo la morte. Io, invece, che non so bene cosa voglia dire “anima”, credo che con la morte tutto finirà e ognuno di noi continuerà a vivere solo per il ricordo che lascerà in chi lo ha conosciuto, in qualche raro caso, per l’orma che avrà impresso sulla storia del mondo (e in taluni casi sarebbe stato preferibile che di orme non ne avesse lasciate affatto).
Per questa ragione ritengo che il bilancio personale bisogna tirarlo al momento in cui la vita finisce, che paradiso ed inferno (della cui reale esistenza anche molti cattolici ormai dubitano) ognuno di noi contribuisce a crearli durante gli anni che gli è dato di vivere. Siamo arrivati a questo grado di consapevolezza attraverso un lungo, penoso, pericoloso cammino evolutivo che ci ha sospinto fuori dal brodo primordiale, ci ha dotato di organi atti alla sopravvivenza e poi, con immensa lentezza, di una massa cerebrale in grado di farci emettere suoni articolati e di elaborare concetti complessi.
Da questa relativa certezza che tutto finisca con l’ultimo respiro e che nulla ci aspetti al di là di quella soglia, traggo la convinzione che una morale senza Dio sia possibile e addirittura superiore a quanto dettano le teologie. Molto spesso incontro, o mi scrivono, persone che mi vogliono convincere che la vita senza un dio è dissoluta, sprofondata nell’immoralità, confinata nella cieca materia.
Come in parte ho già detto, il legame tra Dio e moralità umana, che ha suscitato innumerevoli discussioni nel corso dei secoli, è stato a mio giudizio dimostrato come non necessario già nel Settecento (penso a Hume e a Kant, soprattutto). In quel secolo “luminoso” si è rivelata sbagliata la presunzione che una moralità senza fede in Dio sia impossibile. Al contrario, si è affermato che proprio mettendo da parte Dio si può veramente avere autentica vita morale.
Sostenendo che l’etica esiste solo in quanto derivata, imposta da Dio, le si nega ogni autonomia. La si rende “interessata” così come è interessata l’ingegnosa e celebre scommessa del pensatore Blaise Pascal: mi conviene credere in Dio poiché, se davvero esiste, ci guadagno, se non esiste non ci rimetto niente. Non sottilizzo, conosco il valore profondamente apologetico del ragionamento pascaliano, che ho malamente riassunto. Tuttavia, continuo a  pensare che la moralità laica sia di qualità superiore: mi comporto bene non perché mi aspetti una ricompensa, addirittura eterna, ma perché farlo è un mio dovere verso i miei simili. D’altronde, poiché i vari Dei hanno prescritto comportamenti diversi e perfino opposti, chi afferma che Dio è un presupposto dell’etica dovrebbe sempre precisare a  quale dio si sta riferendo, per evitare di far pensare a una moralità in vigore in altri tempi o altri luoghi.
Resta che la speranza di un’eterna felicità o il terrore di un’eterna pena possono essere di grande aiuto nel sostenere le finalità civili che varie religioni hanno coltivato. Già il filosofo Crizia affermava nel V secolo a.C. che gli uomini hanno inventato gli dei per costringersi a comportamenti morali. Pochi secoli dopo, un altro grande greco, lo storico Polibio, attento studioso delle istituzioni civili e religiose romane, scriveva che dei e vita ultraterrena  sono utili per tenere a freno “le violente passioni delle masse” e che è sconsiderato e pericoloso cercare di disperdere queste illusioni. Aveva ragione, il vecchio Polibio: è molto più facile tenere a freno le masse con il terrore dell’inferno che con l’educazione alla convivenza civile, l’insegnamento che, accanto ai diritti, esiste tutta una serie di doveri che vanno rispettati “in sé e per sé ”.

Elena

14 Commenti per questo articolo

  1. larissa - commento N.1 :

    Vivere qui ed ora, non per la speranza di una ricompensa futura o comunque in vista di una vita nell’ al di là , ma affrontando con senso di responsabilità la vita presente. Penso spesso che il vivere in funzione di una ipotetica altra vita porti ad assumere un atteggiamento rinunciatario, passivo, della serie accetto le magagne della vita sperando che un domani la mia situazione come per incanto cambi. Un tempo la pensavo anch’io così, ma gli eventi della vita mi hanno fatto ricredere ed oggi sono più che mai convinta che siamo noi ad essere artefici del nostro destino e della riuscita della nostra vita. Ma c’è di più, nel senso che il nostro comportamento non dovrebbe secondo me derivare da una regola imposta, bensì da una consapevolezza interiore che ciascun uomo decide di fare propria. Certo, noi tutti siamo cresciuti sulla base di regole che i nostri genitori e l’ambiente in generale ci hanno trasmesso. Queste hanno lasciato le loro tracce in noi, ma arriva il momento in cui, se possibile, vanno messe in discussione, per far posto alla capacità di scegliere, ragionando con la propria testa, scegliendo, sulla base di criteri che abbiamo fatto nostri, cosa sia meglio fare. E’ probabile anche che si ritorni alle regole di partenza, ma è la consapevolezza che è diversa.
    Una moralità non derivata dalla religione è possibile, ma io penso richieda consapevolezza ed anche cultura, nel senso soprattutto di umiltà e curiosità, volontà di saperne di più, continua ricerca. Penso che ciò sia fondamentale, più che mai oggi, nella società di massa, dove apparentemente il sapere è alla portata di tutti.
    Senza questi presupposti la moralità è forse si, come sostiene qualcuno, destinata al caos. E’ allora preferibile che sia derivata da una religione. Ma viene da chiedersi quando usciremo dallo “stato di minorità” di cui parlava Kant, nel rispondere alla domanda “cos’è l’Illuminismo”:
    « L’illuminismo è dunque l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l’incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro, Imputabile a se stesso è questa minorità, se la causa di essa non dipende da difetto d’intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! È questo il motto dell’Illuminismo. »

  2. liutprando - commento N.2 :

    La discussione che ci sollecita Elena è a dir poco complicata. Anzitutto è un livello di riflessione per poche persone, che in qualche modo sono allenate in questo genere di astrazioni.

    La massa, soprattutto quella italiana è credente per due motivi fondamentali: per abitudine in una certa visione del mondo e per superstizione. La fede nel dogma non differisce molto dalla credenza nella superstizione.

    Scopo dell’essere umano è l’azione. Per la propria sopravvivenza, per l’interazione costruttiva con i suoi simili, per cercare insieme con gli altri l’equilibrio che gli permetta di vivere in pace e con serenità, e nella più completa sicurezza.

    Il male proviene da noi. Ognuno di noi combatte quotidianamente col demone che ha dentro di sé. Questo demone è rappresentato dall’egoismo, dall’orgoglio e dal non rispetto delle cose che non ci appartengono, oppure appartengono alla collettività.

    I principi universali come la sincerità, l’onestà, la temperanza, la semplicità, l’umiltà, l’industriosità, la regola aurea, sono precedenti a Cristo e anche alla Bibbia. Anzi, la Bibbia si è ispirata a quei principi facendoseli propri.

    Essi dunque non provengono da Dio, o da chi che sia, sono un prodotto dell’uomo nella sua saggezza. Dunque la moralità è laica per natura. E’ una espressione ecologica umana.

    E’ una mistificazione attribuire a Dio ciò che non gli appartiene in quanto dubbia è la sua esistenza. Invece, uomo e morale sono certi.

    E’ più probabile che Dio altro non sia che un bisogno umano, ossia un punto di riferimento, un’idea di perfezione morale, di sicurezza, di potenza e di bontà, attributi che all’uomo appartengono solo in parte, perchè l’altra parte e segnata dalla sua debolezza.

    Più l’uomo diventa civile, nella storia, dunque consapevole, meno bisogno ha di Dio, fino a che la pratica dei suoi riti diventano sempre più abitudine.

    Ma la storia ci racconta che milioni di cristiani si sono scannati fra loro in difesa di fantomatiche diversità interpretative del dogma, cioè di qualcosa che per definizione non esiste se non nella fantasia mistica, epperciò limitata di alcuni.

    La Storia ci racconta anche che Dio è strumento per far grande e potente un’entità politica come la Chiesa e stabile un governo confuso e precario, ma compiacente col potere ecclesiastico. A farne le spese è il suddito, oggi il cittadino.

    Costantino, Cesare e papa allo stesso tempo, ne è la dimostrazione. Teodosio lo ha addirittura sancito per legge.
    Un pò più in qua nella storia abbiamo i Patti lateranensi. Ieri, il caso Englaro. Solo per fare qualche esempio.

    Larissa ha giustamnte citato Kant e la sua risposta alla domanda: “Che cos’è l’Illuminismo?”

    Noi oggi siamo da questo punto di vista, e anche da qualche altro, come descritti da Kant: in stato di minorità.

    Dopo Cristo sono sorte moltissime sette cristiane. Quella cattolica, grazie a Paolo di Tarso, è stata la più fortunata. Infatti è lui che ha impostato il marketing vincente, perchè se fosse stato per Pietro (l’apostolo), il cristianesimo sarebbe rimasto una corrente all’interno dell’ebraismo (quindi popolo eletto da Dio alla conquista della terra promessa), e noi avremmo continuato ad essere gioiosamente pagani. Lo siamo comunque, ma solo ufficiosamente, cioè di fatto.

    Per concludere, la moralità fa parte della cultura umana e non proviene da Dio, essendo anch’egli, per altro, espressione della cultura umana. Morale e Dio rientrano nel sistema ecologico umano.

    In tre parole: Dio è l’Uomo, e non altro. Inferno e paradiso esistono, ma su questa terra, poiché sono due modi di vivere, e rispecchiano riepettivamente il Perdente e il vincitore nella vita.

  3. in vino veritas. - commento N.3 :

    >E’ possibile una moralità laica?
    >Tratto dal libro “Disputa su Dio e dintorni”, di Corrado Augias e Vito Mancuso, sorta di dialogo tra un teologo ed un non credente. Il >brano, che in tal caso riporta il punto di vista di Augias, offre diversi spunti di riflessione, in primo luogo riguardo alla possibilità o >meno di una moralità laica, ossia staccata da ogni riferimento religioso, contrariamente a ciò che la nostra cultura ci ha trasmesso. >Buona lettura…

    Una moralità laica dovrebbe partire dalle corrette citazioni delle fonti nei libri che si intende scrivere…

  4. Brindisi - commento N.4 :

    Dal numero dei commenti a questo articolo di Elena, così interessante ed attuale, si può capire quanti sono disposti a fare uno sforzo di pensiero e approfondimento sui problemi fondamentali riguardo al modo di stare al mondo.

    Etica è comportamento e la nostra vita è fatta di comportamento, ossia il modo di stare con gli altri. Non c’è bisogno di un Dio che ci spieghi come dobbiamo fare, anche perchè ciò non è mai accaduto.

    Sono certi uomini, che in nome e per conto di Dio, che non hanno mai visto e al quale probabilmente non credono, che pretendono di
    spiegare a noi come ci dobbiamo comportare.

    Ho letto il commento di liutprando e calza perfettamente con quello che penso io.

    La natura (il vero Dio) ha dotato l’Uomo di uno strumento: il cervello. Sono pochi gli uomini che lo sanno adoperare bene questo strumento. E la storia ci insegna che pochi uomini, più forti, usano questo strumento per sottomettere molti uomini, più deboli.

    Credo che la Chiesa cattolica abbia molta esperienza di ciò.

    Anche per questo, forse, ci sono pochi commenti su questo interessantissimo articolo.

  5. rodolfo - commento N.5 :

    Caro Brindisi,
    il quesito posto da Elena è importantissimo ma complesso. Un post poco commentato non è necessarimente un post ignorato…

    Rodolfo

  6. Brindisi - commento N.6 :

    Su questo non c’è dubbio, Rodolfo, ma è un argomento che facilmente infiamma le persone proprio perchè entra dell’intimo delle loro convinzioni e credenze, per cui se sono in cento a leggerlo, almeno dieci qualcosa da scrivere ce l’hanno.

    In altri articoli, invece, meno impegnativi e più superficiali, proprio perchè non richiedono particolari elaborazioni, la gente interviene.

    E visto che c’è la possibilità di dire la propria senza neccessariamente essere identificati, senza timore alcuno, le persone che leggono diano il loro contributo di idee e di esperienze che sono sempre utili.

  7. rodolfo - commento N.7 :

    Ho trovato un intervento di Vittorio Messori che, ne sono certo, può essere utile alla discussione.

    Rodolfo

    Morale “laica”

    Soffocando qualche sbadiglio, scorro, per dovere, i logori ma sempre ripetuti dibattiti sull’esistenza e i contenuti di una fantomatica “morale laica”, di un’ “etica della sola ragione”, di un “decalogo che faccia a meno dell’ipotesi-Dio”. Ecco di nuovo – e ogni volta con l’aria di scoprire chissà quale novità – libri e conseguenti paginoni di giornale su questa chimera. Vincendo la noia, varrà allora la pena ricordare come gli stessi campioni del razionalismo, quando accettano di usare sino in fondo la ragione, riconoscano che nessuna morale è davvero “laica”. Quanto ai contenuti; e che, in ogni caso, non è in grado di regolare le azioni dell’uomo. Vediamo, dunque, poiché, a quanto pare, anche tra cattolici c’è qualcuno che prende troppo sul serio certe nobili quanto impotenti “tavole umanistiche di valori”.
    Quanto ai contenuti, in una inchiesta giornalistica, la scrittrice Lalla Romano ricorda una verità che dovrebbe essere scontata per chiunque: “Per laica si intende una morale che dipenda dalla coscienza. Ma questa non può essere laica, visto che si è venuta formando in base al messaggio cristiano”. A conferma, la Romano cita il famoso brano di Croce che, pur sacerdote del laicismo, dovette riconoscere che all’interno della cultura occidentale (ma non solo qui, come confessò un Gandhi che, per la sua etica “umanistica”, attinse largamente al vangelo) “non possiamo non dirci cristiani”. Si può credersi agnostici o atei, ma i concetti fondamentali di ogni etica (“persona”, “rispetto”, “amore”, “responsabilità”, le idee stesse di “morale”, “coscienza”, “ragione”; magari “uomo” stesso) vengono dritti dritti dal profetismo giudeo-cristiano che si è incarnato, trasformandole dall’interno, nelle categorie filosofiche del mondo classico. Come mi ripeté, tra i molti altri, quell’ammirevole testimone di laicità che fu Arturo Carlo Jemolo: “Gli umanesimi che si credono laici, i decaloghi che si vorrebbero nati dalla sola ragione, vengono in realtà dalla sensibilità cristiana che è divenuta midollo insostituibile della nostra cultura”. (Tutto il marxismo, ad esempio, e la sua etica, sarebbero incomprensibili senza la tradizione biblica. La quale, per una misteriosa “astuzia della storia”, ha finito, percorrendo questa strada, per diventare nutrimento anche di africani, cinesi, vietnamiti). “Dobbiamo rassegnarci, noi umanisti – mi confermava lo storico e sociologo Léo Moulin, rocciosamente agnostico – Ogni nostra morale sedicente laica non è che un cristianesimo senza Cristo”.
    Comunque, al di là dei suoi contenuti teorici, e per venire alla sua concreta efficacia, la chimerica “etica della sola ragione”, messa in pratica, non funziona per niente (come la storia degli ultimi secoli e la cronaca di tutti i giorni dimostrano ad abundantiam). Quel che è peggio, questa figlia prediletta del razionalismo non è in grado di giustificare razionalmente se stessa e finisce dritta dritta nell’irrazionale se vuol spiegare per qual motivo dovremmo rispettarla. Sono tanti anni che vado in giro a porre ai miei intervistati domande di questo tipo: “Ammesso – e non concesso – che sia possibile parlare di “coscienza” senza fare riferimento a categorie cristiane, perché dovremmo seguirne la voce anche quando, come si verifica quotidianamente, è in contrasto col nostro interesse o comodo? Senza un Legislatore al di fuori di noi, è ragionevole fissarci e seguire leggi per il nostro agire?”. Sono anni, dunque; ma non ho trovato nessun “uomo di ragione” che mi desse una risposta ragionevole. Tra gli altri, ho vivo il ricordo di un incontro tra i tanti con quel pontifex maximus del nostro laicismo che è Norberto Bobbio il quale, alle obiezioni, non poteva far altro che ripetere, come in una litania sacrale: “Eppure, malgrado tutto, dobbiamo considerare un imprescindibile dovere il rispetto e la tolleranza per tutti…”. Aggiungendo però, onestamente, da quel galantuomo che è, di non sapere dire a quale chiodo appendere simile “dovere”. Come Bobbio, se sto alla mia esperienza di intervistatore di persone e di lettore di libri, sono tutti i maestri della “morale laica”: nobili auspici, caldi e rinnovati appelli, ma niente che possa appagare la ragione. Il credente Jemolo, invece, e proprio grazie alla sua fede, la ragione poteva permettersi di usarla: “È impossibile fondare qualsiasi morale praticabile da tutti e sempre, prescindendo dall’idea di un Legislatore e di un Giudice che ci sovrastino. Ai miei amici filantropi sempre ho domandato: “perché amare?”. Gli uomini, spesso, non sono affatto amabili e neanche rispettabili. Perché, allora dovremmo farlo, senza riferirci a un Padre comune, a un Giudice che ci attende?”.
    Come scrisse una volta quel Manzoni che Jemolo molto amava: “Ogni morale senza religione non è che un codice senza tribunali. Le leggi possono essere perfettissime, ma chi può rispettarle se non c’è chi le garantisca?”. Manzoni, beato lui, non conobbe le dolcezze dei sindacati: avete mai visto che fine fanno quelle versioni di “morale laica” che sono i “codici di autoregolamentazione” senza sanzione, quando si scontrano con l’interesse corporativo? Ancora sua, del Gran Lombardo, l’ironica osservazione a chi riponeva attese miracolistiche in una “educazione morale” che avrebbe portato a una società di giusti e di buoni pur senza religione: “Mi sembrate muratori scriteriati che continuano a rafforzare i muri! Se le fondamenta non ci sono, la casa cadrà comunque”. Si può stare, certo, senza religione. Accettando però di stare anche senza morale. Ché, come gridava Dostoevskij con il suo modo profetico: “Se Dio non c’è, tutto è permesso”. Fu quanto, nella lucidità del folle, vide anche Nietzsche. Ma è proprio questo che non vogliono accettare le anime belle della filantropia umanistica. Vorrebbero le leggi senza Legislatore e Tribunale: ma sono realtà che, o stanno insieme, o insieme svaniscono. E questa non è apologetica. Questo non è che umile buon senso e modesta esperienza.

    Vittorio Messori

  8. Brindisi - commento N.8 :

    Ecco, questo è un intervento interessante. Però merita un minimo di rilettura e riflessione, se si vuole tentare di dire qualcosa di serio.

    Tuttavia, non dimentichiamoci la storia e il potere tutt’altro che mistico e al di fuori di ogni coscienza che l’amministrazione della morale, o dell’etica, da parte della Chiesa ha fatto per duemila anni.

    La storia si costituisce di fatti e comportamenti che prescindono da ogni discorso accademico.

    Quindi, dietro a ogni ragionamento che investe moralità e religione ci sono i partigiani del potere temporale della Chiesa e spirituale, ossia la sua leggittimità ad interferire con la laicità dello Stato o meno.

    Detto questo, ognuono di noi può essere ateo, credente praticante e non, diversamente credente o diversamente fedele, musulmano o buddista, ebreo o quant’altro, perchè ci sono delle scelte prese senza l’ausilio della ragione.

    Noi siamo cristini perchè siamo nati di quà, loro sono musulmani perchè sono nati di là. Uno può essere juventino, milanista o interista senza alcuna valutazione razionale, eppure sono scelte che generano comportamenti.

    La stessa cosa vale anche per le religioni, in quanto ogni scelta dipende da una premessa di natura culturale.

    Ha detto bene liutprando, mi pare, la morale, o etica, è precedente a Cristo. Si basa su principi universali inventati dall’uomo.
    E non dimentichiamoci che Cristo, fino a prova contraria era uomo, e non altro.

    E Roma è diventata quello che è diventata senza l’ausilio della morale cristiana o biblica. Infatti, non per causa, ma con il cristianesimo abbiamo avuto il medioevo, ecc., ecc.

  9. francolomartire - commento N.9 :

    Non serve che Messori si incomodi tanto nel soffocare i suoi preziosi sbadigli e vinca la sua noia beata per seguire “i logori ma sempre ripetuti dibattiti sull’esistenza e i contenuti di una fantomatica “morale laica”, di un’“etica della sola ragione”, di un “decalogo che faccia a meno dell’ipotesi-Dio”, per concludere come ha concluso, come poi vedremo.
    Messori, si presenta, nell’articolo proposto da Rodolfo, altresì presuntuoso al quanto, come se avesse a che fare, suo malgrado, con un branco di imbecilli fissati sull’infallibilità della ragione, amanti del razionalismo e incapaci di pensare.
    Ahi, ahi, ahi! Non è etica cristiana questa.
    Cita la scrittrice Romano, Gandhi, Jemolo, Croce e Bobbio per farci capire l’autorevolezza delle fonti da cui trae le sue ispirazioni, dunque le sue conclusioni, e che pertanto c’è poco da argomentare.
    Cita Manzoni, secondo cui: “Le leggi possono essere perfettissime, ma chi le può rispettare se non c’è chi le garantisca?” E poi Lombardo, e Dostoevskij, per il quale: “Se Dio non c’è, tutto è permesso”.
    Per poi concludere alla fine che le leggi senza Legislatore e Tribunale svaniscono. E questa conclusione deriva dal suo “umile buon senso e modesta esperienza”. Con “grande umiltà” ha parlato uno dei massimi esponenti dell’etica ordinata da Dio tramite Cristo suo figlio, egli stesso Dio, cioè il Padre, ma anche Spirito Santo…. Dio Uno e Trino… Questo è un dogma di cui non si capisce la necessità.

    Se non ho capito male, a leggere Messori, Dio dovrebbe esistere solo per il fatto che una morale senza un legislatore (Cristo) e senza un giudice (Dio) che punisce (inferno) non può esistere.

    Sarebbe questa dunque la sottile e raffinata conclusione di Messori?

    Complimenti!

    Quello che secondo me costituisce l’errore di fondo in questo genere di argomentazioni è che si considera l’essere umano, l’Uomo, come fatto a sé, indipendente dal resto dell’universo e da Dio. Come se ci fossero tre parti: l’Uomo, l’Universo e Dio. E, a ogni convegno, Dio è sempre assente, e così l’Uomo deve farne ogni volta le veci. L’Universo, invece, che è sempre presente, è sempre d’accordo con l’uomo, tranne quando si “incazza”. Allora succedono terremoti, maremoti, cicloni, frane, valanghe, ecc.

    Non credo sia così.

    L’Uomo è parte del sistema universale. Egli realizza tutto ciò per mezzo della consapevolezza, ossia attraverso le informazioni che gli giungono al cervello attraverso i cinque sensi. Queste informazioni vengono poi elaborate dal computer, che dal nostro concepimento ci portiamo dentro la “zucca”, e si spegne definitivamente quando moriamo. Il prodotto di queste elaborazioni si traducono, detta in una parola, nella sopravvivenza.
    Ma sotto un aspetto più analitico, il computer produce pensieri, comportamenti, sentimenti, obiettivi. Insomma tutto ciò che risponde al soddisfacimento di uno o più bisogni fra i quali il senso di insicurezza, innato nell’uomo, e l’angoscia post mortem. E ogni comportamento (etica) è realizzato col criterio di utilità, anche il più elementare.

    I bisogni umani li descrive molto bene lo psicologo americano Abraham Maslow. Egli sostiene che c’è una gerarchia di bisogni che si suddivide in cinque gradini a formare una piramide, la cd piramide di Maslow. I primi due tratta dei bisogni materiali, gli altri tre quelli spirituali, obiettivo finale di ogni essere umano è l’autorealizzazione.
    Ma l’uomo per seguire questo percorso deve essere motivato, cioè avere uno scopo e credere in se stesso, non necessariamente in Dio. Se manca uno solo di questi elementi, come accade alla stragrande maggioranza delle persone, non arriverà mai all’autorealizzazione.

    Che cos’è l’autorealizzazione?

    Intanto non è un punto di arrivo, e quindi conclusivo, bensì una fase in cui l’uomo sta realizzando il proprio Io, cioè se stesso, in un percorso senza fine. Non si finisce mai infatti di crescere. Si tratta di avvertire il senso e lo scopo della vita. Ciò che più desidera questa persona, infatti, è che il suo lavoro, ogni sua attività e la sua esistenza abbiano un qualche valore e rappresentino un contributo anche per gli altri.

    Tutto passa attraverso i già citati principi universali: Umiltà, Semplicità, Onestà, Sincerità, Temperanza, Industriosità, Regola Aurea. Principi che l’Uomo nella sua saggezza, derivante dall’esperienza, ha definito e indicato come strada maestra per la realizzazione del suo successo.

    Questo è il progresso civile dell’uomo. Che cosa centra la religione?

    Secondo Messori, invece, pare che l’etica abbia bisogno di un Dio punitore. Dunque Dio esiste in quanto bisogno, e qui sono d’accordo con lui, ancorché se ne deduca che Dio in realtà non esiste, sebbene io non mi senta di avvallare una così forte affermazione.

    Franco Lomartire

  10. larissa - commento N.10 :

    Anch’io, dalla lettura del brano di Messori, traggo una conclusione simile a quella di Franco Lomartire, ossia: di Dio c’è bisogno, perciò Dio esiste; perché ci sia etica e morale, ci deve essere Dio, o, per meglio dire, è necessario ed opportuno credere in Dio. Ma allora, secondo me, si torna a ciò che diceva Crizia nel V secolo, per cui…”gli uomini hanno inventato gli dei per costringersi a comportamenti morali”. Sembra che Dio sia un bisogno, un’esigenza per dare ordine, disciplina. Ma di quale Dio parla Messori? Naturalmente si riferisce al Dio della chiesa cattolica. Viene da pensare al comportamento della Chiesa che in tutta la sua storia, fin da suo darsi come una struttura, si è servita di Dio per padroneggiare le coscienze di suoi fedeli. Per esercitare il suo potere, essa ha scelto la forma più incisiva, che è quella della suggestione. Cosa è rimasto del Dio di Gesù, quello delle origini?…
    Se la morale e l’etica nel comportamento derivano da questo Dio, allora esprimo le mie perplessità e dico che questa è più che altro manipolazione delle menti che da libere diventano prigioniere. In nome di principi astratti e spesso poco capiti, le persone sono talvolta spinte a comportamenti e scelte da cui, nella vita, non avranno alcuna utilità concreta o realizzazione.
    Ma non è detto che non dobbiamo parlare di Dio, ed in generale il discorso di Messori potrebbe avere una sua profondità, se intendiamo Dio in un altro modo. Come una entità immanente, dentro di noi, profondamente connessa alla nostra vita e al nostro essere. Non cioè come un qualcosa di esterno che ci guarda e ci punisce o premia a seconda del nostro comportamento.
    Questo concetto di Dio io lo trovo più vicino alla realtà delle persone. Ma siamo in generale lontani dall’essere sensibili a questo tipo di riflessioni; diciamo che abbiamo proprio altro a cui pensare.
    Mi sento personalmente di condividere molti aspetti della filosofia Yoga, che trova nel testo dello Yoga Sutra il suo caposaldo. Essa si presenta come un mezzo per dare all’uomo la capacità di raggiungere il proprio equilibrio, in altre parole noi diremmo la propria autorealizzazione. Ciò si realizza essenzialmente nella capacità di dirigere la propria mente, di controllarla. In questo testo, l’autore fa riferimento a Dio, ma in realtà è stato così sinteticamente tradotto un concetto più complesso. Esso coincide con la realtà della natura, nel senso di ordine naturale delle cose, che l’uomo dovrebbe accettare incondizionatamente, senza opporre resistenze. A questa realtà dovremmo abbandonarci con fiducia, ma non in una accettazione passiva e rinunciataria, ma nella consapevolezza che ogni cosa può essere cambiata solo a partire dalla propria mente e nell’intento perseverante di raggiungere uno stato di equilibrio psico-fisico. Nell’idea dello Yoga, Dio è una entità superiore posta all’interno dell’uomo, il frutto di una ricerca profonda nel cammino del benessere interiore, che non è mai un benessere personale o egoistico, ma strettamente correlato con quello di ogni essere umano.
    In questo tipo di etica mi ritrovo senz’altro.

  11. Brindisi - commento N.11 :

    Io mi trovo pienamente d’accordo con Augias. Apprezzo molto e condivido quanto scritto da Lomartire relativamente a Missori, che ha più l’aria del gesuita piuttosto che del pensatore che legge molto, intervista di più, ma che, ahilui, capisce anche poco. Come tanti cattedrattici, del resto.

    In questo caso la loro missione è quella difendere il dogma, usando, con l’abilità dello spadaccino invincibile, la loro cultura, la loro capacità di persuasione, il loro “razionalismo”, per scivolare poi in una buccia di banana, come è accaduto a Missori.

    Questo è ciò che Missori ci ha fatto capire, e Lomartire ha così limpidamente dimostrato.

    Larissa ha fatto un bel intervento, ricordandoci Crizia, ed esprimendo il suo apprezzabile pensiero che, se non ho capito male, è il pensiero di una credente che vuloe divincolarsi dal dogma e dal concetto trascendente dell’etica per riportarlo ad un’idea immanente, e su questo ci propone la filosofia yoga.

    Per concludere, come è avvenuto per tutto il corso della storia, l’etica religiosa serve per chi detiene il potere, sia esso temporale che spirituale. E’ accaduto durante il medioevo con il Sacro Romano Impero, la cui definizione, “Sacrum” e “Imperium”, sta a indicare l’unità politica che scaturisce dall’incontro tra Pietro e Cesare, sia successivamente con la formazione dei grandi Stati nazionali, ai quali la religione era subordinata, ma comunque forte e complementare al potere.

  12. rodolfo - commento N.12 :

    Seguo con interesse questo dibattito-ricerca, senza comunque riuscire a rispodere al quesito di fondo. Dovessi rispondere istintivamente, direi che una moralità laica è possibilissima, se per laica si intende non confessionale, non legata al dogma.
    In altre parole, vorrei che ci fosse una morale che non si riferisse ad un valore trascendente, metafisico.
    Però ogni morale si fonda sull’idea di giustizia, non potrebbe essere altrimenti. Il punto cruciale è qui.
    E’ questo l’elemento che rende diffiile la risposta.
    Se si mettono in campo posizioni che si fondano sulla cultura e sui dogmi religiosi si entra in un terreno che può provocare forti reazioni di rigetto.
    Ma il problema della possibilità di una morale, e quindi di una giustizia, laica va oltre i confini del discorso religioso, laddove questo si pone come fondamento.
    Anche in campo razionalistico (ed il punto di partenza è espresso nella sua piena problematicità già nel Kant della ” Fondazione della metafisica dei costumi”) la questione non si risolve se non nel riconoscimento della necessità della ragione di fondarsi su un assunto irrazionale.
    Il discorso sulla morale laica non può non riguardare la giustizia e il diritto.
    Per questo, discutendo con il collega di redazione Luigi Sclebin, non posso non considerare un pensiero di Hans Kelsen, che aggiungo qui sotto, al fine di dare a tutti ulteriori elementi, e interrrogativi, alla questione posta da Elena.

    Rodolfo

    KELSEN, DIRITTO E MORALE NON HANNO NULLA IN COMUNE

    “Importa qui anzitutto liberare il diritto da quel legame per cui è sempre stato unito alla morale.
    Con ciò naturalmente non si vuole certo mettere in dubbio l’esigenza che il diritto debba essere morale, cioè debba essere buono.
    Come categoria morale, il diritto non significa altro che giustizia.
    La felicità sociale si chiama giustizia .
    In verità tale parola è anche usata nel senso di positiva conformità col diritto e particolarmente di legalità
    Giustizia, nel significato che le è proprio e che la differenzia dal diritto esprime però un valore assoluto.
    Il suo contenuto non può essere determinato dalla dottrina pura del diritto.
    Anzi, esso non è in alcun modo determinabile dalla conoscenza razionale, e ciò è bene dimostrato dalla storia dello spirito umano che da millenni si sforza inutilmente di risolvere questo problema. La giustizia è un ideale irrazionale. All’uomo è stato dato soltanto il diritto positivo o, più esattamente, come oggetto di ricerca.”

    (Hans Kelsen, Lineamenti di dottrina pura del diritto, 1934, cap. II, § 8 )

    P.S. Caro Gigi, penso sia ora che tu dica la tua. Invito anche Alberto Teso a partecipare al dibattito.

  13. Franco Lomartire - commento N.13 :

    Il quesito iniziale posto da Elena é:

    E’ possibile una moralità laica?

    Come se la moralità non fosse per natura stessa laica. E’ la religione che se ne è impossesstata storpiandola con riti e rituali, cerimonie e cerimoniali, canti e preghiere, togliendo tempo e vita ai fedeli, e imponendo loro un dogma, o un sistema di dogmi, limitanti la loro visione del mondo, e quindi della loro vita.

    Ma per il potere economico e quello poloitico si fa questo e molto altro. Pare infatti che la Chiesa, con tutte le sue congregazioni, ordini e missioni, abbia preso alla lettera proprio i concetti machiavelliani del “Principe”, andando forse ben oltre. Questa è Storia.

    Comunque, si parlava di morale cioè di comportamento.

    L’ordinamento giuridico sintetizza con leggi, usi e consuetudini i comportamenti umani sulla base di bisogni di vita dei cittadini e di organizzazione del sistema, quindi ci dice quali sono i comportamenti da adottare, o possibili da adottare, e quali invece da evitare.

    Una persona moralmente retta, prima di tutto, rispetta le leggi che essa stessa si è data. Fatto questo, vuol dire che si è fatto un enorme passo in avanmti.

    Dopo di ciò, si può lavorare per la realizzazione del concetto di giustizia, partendo da una considerazione: come dice Hans Kelsen, la giustizia è un valore assoluto, e come tale, dico io, irrealizzabile.

    La Storia ci insegna che i valori assoluti non esistono. Esistono però le Idee – e in questo momento mi viene in mente Platone.

    L’Idea, intendendo qualla platonica, è irrealizzabile (lo dice lui stesso), è una visione, ma che può avere una importanza fondamentale nel momento in cui la si adotta come direzione da seguire, ossia punto di riferimento.

    La giustizia è irrealizzabile perchè il mondo è sempre diviso in due parti: quelli che la vogliono realizzare, tra cui le persone più diseredate e quelle più intelligenti, cioè meno nevrotiche; e quelli che non la vogliono realizzare, cioè i più ricchi e meno capaci, che detengono il potere e lo usano a proprio piacimento, facendo di esso un obiettivo di vita fine a se stesso. Insomma persone che non stanno bene col cervello, il cui concetto di fondo non conosce altro che legge del più fote. E tutto, naturalmente, avviene sulla pelle degli altri.
    Ciò è accaduto in tutte le epoche.

    Il livello di giustizia realizzato all’interno di uno Stato, ne determina anche il livello di civiltà raggiunto. Se noi vediamo, per esempio, i Paesi del Nord Europa sono notevolmente più civili di noi.

    Ciò è accaduto perchè quei popoli hanno da sempre considerato che l’interesse pubblico viene prima di quello privato, assumendo religiosamente tale COMPORTAMENTO. Perciò hanno anche capito che la ricchezza va costruita seguendo le regole e pagando le imposte fino all’ultimo euro.

    Dopo di ciò, ognuno può aggiungere tutti gli ingredienti e comportarsi religiosi che gli pare, nel rispetto dell’interesse pubblico e degli altri.

    Credo che il resto sia solo fantasia.

    Quella è una cultura che si è costruita attraverso la Storia, come la nostra, del resto.

    Franco Lomartire

  14. Luigi Sclebin - commento N.14 :

    Vedendomi tirare per la giacca da Rodolfo, mi trovo costretto ad intervenire in un dibattito nel quale non mi sento a mio agio e per il quale mi considero inadeguato.
    Sarà forse per la mia mentalità da leguleio, oppure sarà per la mia formazione “cattolica”, che non rinnego, ma le argomentazioni dell’amico Lomartire, pur avvincenti, non mi persuadono.
    Diversamente da lui che vive il suo laicismo (o dovrei dire laicato?) con serenità e gioia interiore, io mi definisco un “cattolico non credente”, nel senso che, per onestà intellettuale, devo dire di non riuscire a credere ad una Verità trascendente ed eterna; tuttavia la scoperta, anziché entusiasmarmi, mi inquieta.
    Non ho nemmeno quella ottimistica fiducia nel genere umano che porta l’amico Franco a credere che un Neoilluminismo prossimo venturo possa condurre gli uomini ad aderire ad una morale condivisa e generalmente riconosciuta.
    Credo piuttosto, come diceva Kelsen, che la morale e la giustizia siano concetti affini, se pur distinti, e in quanto tali soffrano degli stessi insuperabili limiti.
    Per poter dire che un sistema morale è giusto, esso deve essere ancorato ad un valore superiore in base al quale quel sistema può essere valutato.
    Per poter dire che una legge è giusta, essa deve essere conforme ad un insieme di principi supremi che, gli Stati moderni, hanno individuato nelle Costituzioni.
    Per poter dire che una sentenza è giusta, esse deve essere rispettosa della legge, alla quale anche il giudice deve essere sottomesso.
    Chi può porre però il valore superiore su cui fondare il sistema morale, o i principi supremi su cui costruire la Costituzione, posto che il Legislatore Supremo è stato scalzato dal cielo?
    Alla fine, prevarrà sempre il principio di effettività, ossia la legge del gruppo che detiene il potere e che comanda, vale a dire in definitiva la legge del più forte.
    Quest’ultima, d’altra parte, è la vera legge che esiste nello stato di natura, e che sta anche alla base dell’evoluzione della specie: ma sbaglio o la morale e il diritto sono sorti per garantire tutti, anche i più deboli, e quindi per superare la legge di natura, dove l’uomo è lupo dell’uomo?
    Appare chiaro, a questo punto, che la morale laica, nell’impossibilità di ancorarsi ad un Valore Universale (“cattolico”, appunto), non potrà che risentire della stessa condizione di estrema incertezza in cui vive il diritto, il quale è giusto solo nella caduca prospettiva di un sistema relativo e sempre riformabile qual’è la legge statale.
    Dicevano gli antichi che il giudice “facit de albo nigrum”, cioè può dichiarare che una cosa è nera anche se in realtà tutti vedono che è bianca.
    È il problema della sentenza ingiusta, quella che dichiara nera una cosa bianca, ma che può essere ritenuta ingiusta soltanto in base ad un principio estraneo al diritto da cui la sentenza è derivata.
    Il diritto appresta delle garanzie, nel senso di prevedere che la parte che ritenga errata la sentenza a suo sfavore, può fare appello, ma se quella parte non fa appello o se, fatto l’appello, perde anche quello, la sentenza, che ora sarà definitiva, è anche per definizione giusta dal punto di vista del diritto.
    Se il giudice ha detto che la cosa è nera, e la sua pronuncia ha passato il vaglio dei mezzi di impugnazione, quella cosa per il diritto è nera, sebbene nella realtà tutti vedono che è bianca.
    Ma dopo che la sentenza sia passata in giudicato, la cosa giudicata potrà essere dichiarata bianca soltanto in virtù di un altro sistema, ad esempio in base alla ricerca scentifica, ma per il sistema del diritto essa rimarrà nera, perché cosi ha stabilito definitivamente il giudice.
    Vi sono tradizioni, anche millenarie, che ritengono l’infibulazione degli organi femminili una pratica doverosa e corretta.
    Secondo la nostra civiltà, quella pratica è violenta e disumana, ma quali motivi abbiamo per sostenere che la nostra civiltà è superiore a quella che pratica tali rituali?
    Certo, il caso è volutamente estremo, ma il concetto che ne volevo trarre è che una morale laica, purtroppo o per fortuna, è una morale necessariamente arbitraria e fondamentalmente in-giusta.
    Luigi Sclebin

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