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Respinti centinaia di migranti. Cei: “L’Italia multietnica c’è già”

lun, mag 11, 2009

Costume, Generale, Politica, riflessioni

Sbarco di migranti a Lampedusa

Sbarco di migranti a Lampedusa

Monsignor Mariano Crociata

Monsignor Mariano Crociata

 
La linea è una sola: chi non entra nelle acque territoriali italiane “sarà rispedito da dove è venuto”. Parola di Roberto Maroni, ministro dell’Interno che arrivando a Vicenza agli Stati Generali della Lega non usa mezzi termini: “la linea della fermezza, in materia di immigrazione, continuerà finchè gli sbarchi non cesseranno”.
“Fino a oggi respinti oltre 500 clandestini”
“E oggi il secondo “respingimento” nel giro di poche ore nel Mediterraneo ad opera di motovedette italiane. Sono stati riportati a Tripoli, a bordo del pattugliatore Spica della Marina Militare i migranti, tra i quali 42 donne e due neonati, soccorsi ieri a sud di Lampedusa, in acque internazionali. “Abbiamo cominciato cinque giorni fa – ha sottolineato il ministro – Sino a oggi abbiamo respinto oltre sei barconi per oltre 500 clandestini che sarebbero dovuti essere ospitati da noi”.
Gli extracomunitari respinti saranno trasferiti in un centro di detenzione libico così come avvenuto giovedì scorso per gli altri 227 accompagnati a Twescha, a 35 chilometri da Tripoli.
Lega soddisfatta per l’appoggio di Berlusconi
E agli stati generali della Lega nessuno nasconde l’ entusiasmo per le operazioni in mare e per l’appoggio incondizionato dato dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi alla linea dura del Viminale con il suo no all’Italia multietnica.
“Stiamo facendo proseliti”, ha detto Umberto Bossi per poi aggiungere: “La sinistra che respingeva i gommoni dall’Albania adesso attacca Maroni forse perché i suoi risultati erano scarsi”.
Calderoli: Berlusconi ‘pontidizzato’
“Sono sorpreso, perché ha appena fatto il Pdl, nuovo partito di cui è presidente, ma oggi dobbiamo dargli la tessera della Lega”. Roberto Calderoli commenta così il no di ieri del presidente del Consiglio alla società multietnica. Intervistato dai cronisti a margine degli Stati Generali della Lega a Vicenza, il ministro per la Semplificazione spiega così il motivo di quella ipotetica tessera onoraria: “Perché veramente si è… pontidizzato anche Berlusconi”.
Maroni ricorda che, dopo 10 mesi di trattativa complicata con la Libia, si è potuto iniziare ad applicare il principio del respingimento: “Sulle acque internazionali che sono di tutti e di nessuno non possiamo lasciarli? Bene non facciamo altro che riportarli da dove sono venuti”. Una linea prevista proprio da quelle normative internazionali che “noi applichiamo rigorosamente”. I l responsabile del Viminale ha sottolineato che non si tratta “di una novità assoluta ma lo è nei confronti dei paesi nord africani e in particolare della Libia. Se noi riusciamo a invertire il corso – ha spiegato Maroni dal palco di Vicenza – chiudiamo la falla, l’emorragia dalla Libia e almeno possiamo dire che la piaga dell’immigrazione clandestina potrà essere risolta così come abbiamo promesso in campagna elettorale”.
Cei: sì a integrazione no ad accozzaglie sregolate
L’Italia è già multiculturale. E la sua molteplicità di culture, che “esiste di fatto”, rappresenta un “valore”. La Cei – per voce del suo segretario generale, Monsignor Mariano Crociata – non entra direttamente nel merito nel dibattito che si è aperto nelle ultime ore. Ma punta i riflettori sul tema, mettendo in guardia sui rischi da evitare e la strada da percorrere: la costruzione di una società “interculturale” deve essere “inserita in un rigoroso rispetto della legalità, necessaria garanzia per l’integrazione”.
 E, soprattutto, bisogna evitare “un’accozzaglia disordinata e sregolata” di culture e presenze perché – ha spiegato Monsignor Crociata – così non “si cresce insieme”. I flussi migratori, in continuo aumento, impongono invece la ricerca di un modello di convivenza in cui “il problema – ha spiegato il prelato – è il modo in cui le culture e le presenze si rapportano”.
Crociata ha osservato che il nostro Paese “vive già e non da oggi una realtà di intercultura”, elemento che di per sè costituisce “un valore”. Promuovere un valido modello di integrazione è necessario, ha aggiunto spiegando il percorso da seguire: bisogna “partire da un tessuto storico, sociale e culturale comune che costituisce il volto, l’identità di un paese” senza “cancellare l’identità di ciascuno” ma nemmeno teorizzare “un’irreale parificazione che è cosa diversa dall’eguaglianza”. In un paese come l’Italia, che ha una lunga storia alle spalle di migrazioni e di incroci culturali e che “non da oggi” vive “nell’interculturalità” si manifesta infatti un rischio, quello del “livellamento delle culture”. “L’appiattimento – ha ribadito Crociata – non aiuta lo stare insieme, anzi lo distrugge”.
Frattini: i respingimenti sono un obbligo delle regole Ue
Il respingimento dei barconi di clandestini intercettati in acque internazionali risponde “alla doverosa applicazione delle regole europee”. A spiegarlo, in collegamento telefonico con il Tg4, il ministro degli Esteri Franco Frattini, sottolineando che “non si tratta di razzismo o intolleranza”, ma di dare un segnale chiaro: “In Italia e in Europa si entra solo rispettando la legge”.
“Le motovedette – ha rilevato Frattini – non hanno la facoltà ma il dovere, per conto dell’Unione europea, di intercettare” chi non ha ancora oltrepassato i confini Ue, “perchè quando uno entra in Italia è entrato anche in Europa” e può andare in qualsiasi dei suoi Paesi. “Siamo obbligati dall’Unione a pattugliare il Mediterraneo – ha concluso il ministro – e lo facciamo” come lo devono fare gli altri paesi. Se, ad esempio, l’intercettamento avviene da parte di una motovedetta spagnola – ha spiegato il ministro – scattano gli stessi obblighi. Quelli cioè di “identificare i paesi da cui sono partiti riportare lì i clandestini”.
I respingimenti, oltre ad essere un obbligo imposto dalle norme Ue, rappresentano – ha concluso il ministro – anche un “principio di credibilità: come si fa a parlare di politiche migratorie se non si distinguono i clandestini dagli immigrati che vengono per lavorare?”.
Di Pietro: così porte chiuse anche a Obama
“Di questo passo in Italia non faremo entrare neanche Obama…”. Antonio Di Pietro ritorna così sulle dichiarazioni di Silvio Berlusconi sull’Italia multietnica. In Molise per la presentazione della candidata molisana Idv alle Europee Erminia Gatti e di Cosmo Tedeschi, candidato alla provincia di Isernia, Di Pietro ha anche detto che Berlusconi “non sa neanche che vuol dire la parola multietnica. Poi chi cerca una sola razza sappiamo bene cosa fa…”.
Casini: chi guida il Paese non faccia demagogia
“Penso che chi guida il nostro Paese non debba fare demagogie o compiacere la Lega, deve risolvere i problemi”. Lo ha detto il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini, oggi a Palermo. “Dire no a una società multietnica – ha aggiunto – significa ottenere un risultato: chiudere le nostre fabbriche, non avere collaborazione per i nostri anziani, delineare una società che non esiste”.

Questo articolo è tratto dal sito RaiNews24. Lo pubblichiamo senza commenti, ma con un quesito: stiamo facendo una cosa moralmente giusta?

Rodolfo

16 Commenti per questo articolo

  1. Rodolfo - commento N.1 :

    Dalla prima pagina della Nuova Venezia di oggi un interessante intervento di Ferdinando Camon.
    Rodolfo

    NON CE LA FAREMO AD ACCOGLIERLI TUTTI

    La Cei afferma che il respingimento di 277 migranti provenienti dalla Libia tradisce diritti fondamentali degli uomini. E’ vero. Il ministro dell’Interno risponde che il respingimento è un successo storico, perché bisogna bloccare sul nascere gli sbarchi clandestini. E’ vero anche questo. La maggioranza vuol definire la clandestinità come reato, perché uno Stato con centinaia di migliaia di persone senza permesso di soggiorno, senza lavoro, senza soldi, è incontrollabile. E’ vero. Stabilendo che la clandestinità è un reato, la maggioranza vorrebbe sostenere che un clandestino non può fruire dei servizi statali, primo fra tutti la sanità. La sanità ha un costo, il costo si paga con le tasse, il clandestino che non paga tasse non può goderne. Provate ad andare in America senza assicurazione: se vi ammalate, vi buttano fuori dall’ospedale nudi. Ma questo ragionamento ha una conseguenza: se un malato è clandestino, il primo dovere del medico è denunciarlo, altrimenti diventa complice di un reato.
    Il medico è al servizio dello Stato. I medici oppongono un’altra concezione: il medico è al servizio dell’uomo, suo dovere è curare chi sta male, chiunque sia, anche un bandito. Quindi niente medici-spia.
    Come i medici-spia sono i prèsidi-spia: se la clandestinità è un reato, i prèsidi non possono accettare l’iscrizione di bambini clandestini. La Lega afferma che accettarli a scuola vuol dire rendere permanente la presenza dei clandestini, ancorarli al nostro territorio.
    E’ vero, è così. I prèsidi (e con loro il presidente della Camera Gianfranco Fini) sostengono però che ammettere a scuola i figli dei clandestini è come ricoverare in ospedale i clandestini malati: l’istruzione è un bene primario come la salute.
    Facciamo un passo avanti: adottando questo principio, le nostre ambulanze dovrebbero cercare per le strade i clandestini malati, e ricoverarli, e le nostre scuole dovrebbero cercare nei quartieri i figli di clandestini in età di scuola dell’obbligo. Chi obietta che il governo taglia i costi di scuola e sanità perché non ha soldi, e quindi non si possono allargare i servizi perché non si possono allargare le spese, ha anche lui ragione.
    D’Alema definisce «barbara» l’etica da cui nasce il pacchetto di sicurezza, ma Fassino, parlando del respingimento, che di questa etica è l’atto più crudele, dichiara che «non è uno scandalo», e aggiunge: «In passato l’abbiamo fatto anche noi, quando eravamo al governo». Come sono possibili questi differenti e opposti punti di vista? Tra un vescovo e l’altro, tra un partito e l’altro, tra una parte e le altre della maggioranza e dell’opposizione?
    Sui problemi dei clandestini e dell’ospitalità non c’è crisi di un partito o di uno schieramento, ma del nostro diritto. E’ il nostro diritto che non riesce a capire e valutare questi problemi, perché il nostro diritto è il risultato della nostra storia, mentre questi problemi sono il risultato di altre storie. L’immigrazione dall’Est (Albania, Romania…) è il risultato del fallimento del comunismo: un sistema che è durato a lungo, ed era costruito contro di noi, è fallito, e scarica il suo fallimento su di noi, facendone un nostro problema. L’immigrazione dal Sud del Mediterraneo è il risultato del fallimento di quegli Stati, nessuno dei quali è arrivato alla democrazia, alla creazione del progresso e alla spartizione del progresso. E quegli Stati scaricano i loro problemi su di noi, trasformandoli in nostri problemi.
    L’accoglienza di chi viene dalla fame, dall’ignoranza, dalle guerre e dalle epidemie, è un dovere umano prima che giuridico. Ma sull’orlo del Sahara ci sono 20 milioni di disperati, pronti a trascinarsi verso Libia e Tunisia per tentare la traversata verso l’Italia e l’Europa. Siamo chiusi in una morsa: 1. dobbiamo salvarli; 2. non ce la faremo mai.

    Ferdinando Camon

  2. fazzi - commento N.2 :

    Chi segue Berlusoni va dritto all’inferno.
    Ama il prossimo tuo come te stesso? Ma dai…
    Dai da mangiare agli affamati, da bere agli assetati? Ma scherziamo?
    Gli ultimi saranno i primi? Ma dove??
    E poi lussuria, materalismo sfrenato, uso sistematico della violenza verbale.
    Simbolo di una società scristianizzata, Berlusconi è un vero “ascensore per l’inferno”.

    Meditate gente, meditate.

    Fazzi

  3. merkurmarkus - commento N.3 :

    Non so se scherzi, Fazzi, ma un fondo di ragione c’è in quello che scrivi. Sarebbe da proporre un post: possiamo ancora dirci cristiani nell’era berlusconiana?

    M/m

  4. merkurmarkus - commento N.4 :

    Copio e incollo da http://www.lavoce.info

    MONOETNICI A CASORIA
    di Tito Boeri e Fausto Panunzi 11.05.2009
    Secondo il Presidente del Consiglio l’Italia non è un Paese multietnico. Non è chiaro cosa voglia dire Silvio Berlusconi con questa affermazione. In Italia, secondo l’Istat, gli stranieri residenti sono circa 3,9 milioni su una popolazione totale di 60 milioni, quindi attorno al 6,5 per cento. Questa percentuale è inevitabilmente destinata a salire nei prossimi anni fino a raggiungere, secondo alcune proiezioni, il 10 per cento nel 2020. Uno su dieci stranieri residenti, ai quali si aggiungeranno gran parte degli italianissimi figli degli attuali stranieri. Ma la presenza di etnie diverse la osserva già ora chi accompagna i propri figli a scuola o semplicemente sente da loro racconti sui compagni di classe dai nomi come Jair, Biniam, Selma. La osserva chi va a correre al parco durante il weekend e vede partite in cui squadre composte da peruviani, filippini e italiani sfidano altre squadre composte da brasiliani, marocchini e italiani. La osserva chi ha parenti anziani assistiti da badanti lituane o donne eritree che fanno le pulizie in casa. La osserva chi rientra a casa la sera nelle carrozze stipate della metropolitana o chi guida per le strade delle nostre città e si vede chiedere l’elemosina ad ogni semaforo. Insomma, la multietnicità dell’Italia si vede dappertutto. Ovunque, tranne forse alle feste di compleanno delle diciottenni di Casoria.

    M/m

  5. rodolfo - commento N.5 :

    Dal sito http://www.repubblica.it “Il coraggio dimenticato”

    di Roberto Saviano

    Chi racconta che l’arrivo dei migranti sui barconi porta valanghe di criminali, chi racconta che incrementa violenza e degrado, sta dimenticando forse due episodi recentissimi ed estremamente significativi, che sono entrati nella storia della nostra Repubblica. Le due più importanti rivolte spontanee contro le mafie, in Italia, non sono partite da italiani ma da africani. In dieci anni è successo soltanto due volte che vi fossero, sull’onda dello sdegno e della fine della sopportazione, manifestazioni di piazza non organizzate da associazioni, sindacati, senza pullman e partiti.

    Manifestazioni spontanee. E sono stati africani a farle. Chi ha urlato: “Ora basta” ai capizona, ai clan, alle famiglie sono stati africani. A Castelvolturno, il 19 settembre 2008, dopo la strage a opera della camorra in cui vengono uccisi sei immigrati africani: Kwame Yulius Francis, Samuel Kwaku e Alaj Ababa, del Togo, Cristopher Adams e Alex Geemes della Liberia e Eric Yeboah del Ghana. Joseph Ayimbora, ghanese, viene ricoverato in condizioni gravi. Le vittime sono tutte giovanissime, il più anziano tra loro ha poco più di trent’anni, sale la rabbia e scoppia una rivolta davanti al luogo del massacro. La rivolta fa arrivare telecamere da ogni parte del mondo e le immagini che vengono trasmesse sono quelle di un intero popolo che ferma tutto per chiedere attenzione e giustizia. Nei sei mesi precedenti, la camorra aveva ucciso un numero impressionante di innocenti italiani. Il 16 maggio Domenico Noviello, un uomo che dieci anni fa aveva denunciato un’estorsione ma appena persa la scorta l’hanno massacrato. Ma nulla. Nessuna protesta. Nessuna rimostranza. Nessun italiano scende in strada. I pochi indignati, e tutti confinati sul piano locale, si sentono sempre più soli e senza forze.

    Ma questa solitudine finalmente si rompe quando, la mattina del 19, centinaia e centinaia di donne e uomini africani occupano le strade e gridano in faccia agli italiani la loro indignazione. Succedono incidenti. Ma la cosa straordinaria è che il giorno dopo, gli africani, si faranno carico loro stessi di riparare ai danni provocati. L’obiettivo era attirare attenzione e dire: “Non osate mai più”. Contro poche persone si può ogni tipo di violenza, ma contro un intera popolazione schierata, no. E poi a Rosarno. In provincia di Reggio Calabria, uno dei tanti paesini del sud Italia a economia prevalentemente agricola che sembrano marchiati da un sottosviluppo cronico e le cui cosche, in questo caso le ‘ndrine, fatturano cifre paragonabili al PIL del paese.

    La cosca Pesce-Bellocco di Rosarno, come dimostra l’inchiesta del GOA della Guardia di Finanza del marzo 2004, aveva deciso di riciclare il danaro della coca nell’edilizia in Belgio, a Bruxelles, dove per la presenza delle attività del Parlamento Europeo le case stavano vertiginosamente aumentando di prezzo. La cosca riusciva a immettere circa trenta milioni di euro a settimana in acquisto di abitazioni in Belgio.

    L’egemonia sul territorio è totale, ma il 12 dicembre 2008, due lavoratori ivoriani vengono feriti, uno dei due in gravissime condizioni. La sera stessa, centinaia di stranieri – anche loro, come i ragazzi feriti, impiegati e sfruttati nei campi – si radunano per protestare. I politici intervengono, fanno promesse, ma da allora poco è cambiato. Inaspettatamente, però, il 14 di dicembre, ovvero a due soli giorni dall’aggressione, il colpevole viene arrestato e il movente risulta essere violenza a scopo estorsivo nei riguardi della comunità degli africani. La popolazione in piazza a Rosarno, contro la presenza della ‘ndrangheta che domina come per diritto naturale, non era mai accaduto negli anni precedenti.

    Eppure, proprio in quel paese, una parte della società, storicamente, aveva sempre avuto il coraggio di resistere. Ne fu esempio Peppe Valarioti, che in piazza disse: “Non ci piegheremo”, riferendosi al caso in cui avesse vinto le elezioni comunali. E quando accadde fu ucciso. Dopo di allora il silenzio è calato nelle strade calabresi. Nessuno si ribella. Solo gli africani lo fanno.

    E facendolo difendono la cittadinanza per tutti i calabresi, per tutti gli italiani. Difendono il diritto di lavorare e di vivere dignitosamente e difendono il diritto della terra. L’agricoltura era una risorsa fondamentale che i meccanismi mafiosi hanno lentamente disgregato facendola diventare ambito di speculazioni criminali. Gli africani che si sono rivoltati erano tutti venuti in Italia su barconi. E si sono ribellati tutti, clandestini e regolari. Perche da tutti le organizzazioni succhiano risorse, sangue, danaro.

    Sulla rivolta di Rosarno, in questi giorni, è uscito un libretto assai necessario da leggere con un titolo in cui credo molto. “Gli africani salveranno Rosarno. E, probabilmente, anche l’Italia” di Antonello Mangano, edito da Terrelibere. La popolazione africana ha immesso nel tessuto quotidiano del sud Italia degli anticorpi fondamentali per fronteggiare la mafia, anticorpi che agli italiani sembrano mancare. Anticorpi che nascono dall’elementare desiderio di vivere.

    L’omertà non gli appartiene e neanche la percezione che tutto è sempre stato così e sempre lo sarà. La necessità di aprirsi nuovi spazi di vita non li costringe solo alla sopravvivenza ma anche alla difesa del diritto. E questo è l’inizio per ogni vera battaglia contro le cosche. Per il pubblico internazionale risulta davvero difficile spiegarsi questo generale senso di criminalizzazione verso i migranti. Fatto poi da un paese, l’Italia, che ha esportato mafia in ogni angolo della terra, le cui organizzazioni criminali hanno insegnato al mondo come strutturare organizzazioni militari e politiche mafiose. Che hanno fatto sviluppare il commercio della coca in Sudamerica con i loro investimenti, che hanno messo a punto, con le cinque famiglie mafiose italiane newyorkesi, una sorta di educazione mafiosa all’estero.

    Oggi, come le indagini dell’FBI e della DEA dimostrano, chiunque voglia fare attività economico-criminali a New York che siano kosovari o giamaicani, georgiani o indiani devono necessariamente mediare con le famiglie italiane, che hanno perso prestigio ma non rispetto. Altro esempio eclatante è Vito Roberto Palazzolo che ha colonizzato persino il Sudafrica rendendolo per anni un posto sicuro per latitanti, come le famiglie italiane sono riuscite a trasformare paesi dell’est in loro colonie d’investimento e come dimostra l’ultimo dossier di Legambiente le mafie italiane usano le sponde africane per intombare rifiuti tossici (in una sola operazione in Costa D’Avorio, dall’Europa, furono scaricati 851 tonnellate di rifiuti tossici).

    E questo paese dice che gli immigrati portano criminalità? Le mafie straniere in Italia ci sono e sono fortissime ma sono alleate di quelle italiane. Non esiste loro potere senza il consenso e la speculazione dei gruppi italiani. Basta leggere le inchieste per capire come arrivano i boss stranieri in Italia. Arrivano in aereo da Lagos o da Leopoli. Dalla Nigeria, dall’Ucraina dalla Bielorussia. Gestiscono flussi di danaro che spesso reinvestono negli sportelli Money Transfer. Le inchieste più importanti come quella denominata Linus e fatta dai pm Giovanni Conzo e Paolo Itri della Procura di Napoli sulla mafia nigeriana dimostrano che i narcos nigeriani non arrivano sui barconi ma per aereo. Persino i disperati che per pagarsi un viaggio e avere liquidità appena atterrano trasportano in pancia ovuli di coca. Anche loro non arrivano sui barconi. Mai.

    Quando si generalizza, si fa il favore delle mafie. Loro vivono di questa generalizzazione. Vogliono essere gli unici partner. Se tutti gli immigrati diventano criminali, le bande criminali riusciranno a sentirsi come i loro rappresentanti e non ci sarà documento o arrivo che non sia gestito da loro. La mafia ucraina monopolizza il mercato delle badanti e degli operai edili, i nigeriani della prostituzione e della distribuzione della coca, i bulgari dell’eroina, i furti di auto di romeni e moldavi. Ma questi sono una parte minuscola delle loro comunità e sono allevate dalla criminalità italiana. Nessuna di queste organizzazioni vive senza il consenso e l’alleanza delle mafie italiane.

    Nessuna di queste organizzazioni vivrebbe una sola ora senza l’alleanza con i gruppi italiani. Avere un atteggiamento di chiusura e criminalizzazione aiuta le organizzazioni mafiose perché si costringe ogni migrante a relazionarsi alle mafie se da loro soltanto dipendono i documenti, le abitazioni, persino gli annunci sui giornali e l’assistenza legale. E non si tratta di interpretare il ruolo delle “anime belle”, come direbbe qualcuno, ma di analizzare come le mafie italiane sfruttino ogni debolezza delle comunità migranti. Meno queste vengono protette dallo Stato, più divengono a loro disposizione. Il paese in cui è bello riconoscersi – insegna Altiero Spinelli padre del pensiero europeo – è quello fatto di comportamenti non di monumenti. Io so che quella parte d’Italia che si è in questi anni comportata capendo e accogliendo, è quella parte che vede nei migranti nuove speranze e nuove forze per cambiare ciò che qui non siamo riusciti a mutare. L’Italia in cui è bello riconoscersi e che porta in se la memoria delle persecuzioni dei propri migranti e non permetterà che questo riaccada sulla propria terra.
    Roberto Saviano

  6. punks not dead - commento N.6 :

    sperando di non essere tacciato di razzismo, mafiosità e quant’altro (ma nel caso, pazienza)come succede quando si tocca saviano, vorrei solo far notare un paio di cose.
    saviano parte da due episodi e ne trae la conclusione che gli africani potrebbero avere un effetto salvifico contro la mafia.
    mi sembra una tesi azzardata e anche un po’ infantile, nonchè contraddittoria.
    perchè nello stesso articolo, dice che gli africani in origine sarebbero buoni (una specie di Candide puri di cuore con gli “anticorpi”) ma vengono poi corrotti dal contatto con i cattivi italiani.
    ma allora, questi africani, si ribellano o o si fanno assoldare? non si capisce.
    se hanno “gli anticorpi fondamentali per fronteggiare la mafia” perchè lo Stato dovrebbe tutelarli in modo particolare?
    (senza entrare nel merito della giustezza della tesi, solo per evidenziare la contraddizione del discorso).
    insomma non mi pare un saviano particolarmente lucido, forse troppo impaziente di abbracciare una certa causa, allacciandola ai temi da lui più conosciuti, si getta in considerazioni che lasciano abbastanza il tempo che trovano e che hanno solo valore di provocazione.

  7. rodolfo - commento N.7 :

    Ho postato l’articolo di Saviano proprio perchè esprimeva molto lucidamente alcuni concetti:
    1-Se lo Stato arretra la criminalità avanza.
    2-Gli africani si sono rivoltati perchè sono gruppo, gli italiani assuefatti no. I vincoli solidali e identitari degli immigrati sono più forti dei nostri.
    3-Se gli immigrati non trovano un’ organizzazione legale (Stato), prima o poi cadranno nell’altra organizzazione (Mafia).
    4-sulla questione Candide, vorrei ricordare che, prima delle ondate imperialistiche, l’Africa non conosceva la guerra, se non in forme rituali. Quella vera l’abbiamo esportata noi.

    Rodolfo

  8. punks not dead - commento N.8 :

    “vorrei ricordare che, prima delle ondate imperialistiche, l’Africa non conosceva la guerra, se non in forme rituali.”

    forme rituali? scannarsi a colpi di machete la chiami forma rituale? o il Ruanda è colpa delle ondate imperialistiche?

  9. rodolfo - commento N.9 :

    Si, prima del ’900 le forme di scontro bellico erano rituali, spesso simboliche. Non v’è traccia, stando a libri di storia, di guerre di dominio, di supremazia e tantomeno di guerre di liberazione. La cultura della guerra non appartiene al profilo antropologico dell’Africa.
    Gli orrori, gli “scannatoi” africani hanno inizio dopo l’età degli imperialismi, che si è pienamente dispiegata solo nel ’900.

    Rodolfo

  10. punks not dead - commento N.10 :

    “La cultura della guerra non appartiene al profilo antropologico dell’Africa.”

    questa è una favola alla quale ci piace credere, quella dell’africa nera pre coloniale come eden incontaminato, rovinato poi dai bianchi malvagi.
    in realtà la storia ci dice che l’africa è sempre stata terreno di guerra e di conquista, a cominciare dai traffici con arabi e indiani, di schiavi innanzitutto, che venivano catturati e venduti dagli stessi africani nel corso dei loro scontri tribali.
    molto prima che iniziasse la colonizzazione europea.

  11. rodolfo - commento N.11 :

    “in realtà la storia ci dice che l’africa è sempre stata terreno di guerra e di conquista”
    esattamente quello che sostengono gli storici.
    Nessuno dice che è la patria del “buon selvaggio”, ma tutti gli storici, concordemente, sostengono che prima del contatto con l’occidente cristiano e mussulmano, gli africani non erano a conoscenza di alcuna delle forme belliche da noi praticate.
    Questa non è una favola alla quale crediamo (chi l’avrà mai messa in giro poi una panzana così??), questa è una verità scomodissima a chi ritiene che la civiltà. i valori e il giusto abitino solo la terra del tramonto.
    Nel passato infatti orde africane invasero e distrussero più volte l’impero romano, fecero guerre di cent’anni, guerre di successione, e resero schiavi milioni di europei (arabi e cristiani, per venderli in tutto il mondo).
    I popoli africani, da quando momdo è mondo, sono rapaci, conquistatori, predatori: hanno costruito regni e imperi, hanno messo a ferro e fuoco, in onore del motto baconiano scientia propter protentiam, il proprio e l’altrui continente…
    certo è questa la verità, dev’essere così…
    due più due fa cinque, 1984, Orwell.

    Rodolfo

    P.S. Non certo per avvalorare le “mie” tesi contro le tue, punks, ma solo per indicati alcune fonti utili alla discussione, ti segnalo tre testi di uno che l’Africa la conosce bene: Ryszard Kapuscinski, L’altro, Ebano e l’utlimo suo libro Nel turbine della storia, Feltrinelli.

  12. punks not dead - commento N.12 :

    Ti ringrazio della segnalazione, ti riporto però alcuni giudizi che rafforzano la mia convinzione della larga diffusione di una percezione romanzata e idealizzata del continente nero:

    Da un articolo del Times:
    La vera natura dell’approccio di Kapuściński,
    è la fusione dell’esperienza colonialista con la proiezione primitivista romanzata della vita degli africani.
    Nonostante la vigorosa presa di posizione anticolonialista, il sacrificio della verità e dell’accuratezza, omogeneizza e distorce la rappresentazione degli africani, anche se a fin di bene.
    Questa critica non coinvolge il brillante stile letterario di Kapuściński, i suoi momenti illuminanti, la sua sincera simpatia per i popoli visitati ma ci mette sull’avviso di non prendere i suoi resoconti come realistici.
    Come lui stesso scrive, “la storia qui, liberata dal peso degli archivi, dai vincoli dei dati e delle date, raggiunge la sua forma più pura, quella del mito”

    L’Economist invece scrive:
    “Kapuściński, crea una sua Africa. E’ un luogo affascinante, se poi sia esistita come lui la descrive, è un’altra faccenda”

    http://www.richardwebster.net/johnryle.html

  13. rodolfo - commento N.13 :

    E che dire, sono sorpreso! Kapuściński chirisce il suo sguardo sulla storia in un libro, In viaggio con Erodoto, Feltrinelli, e lo fa perchè la sua formazione è quella dello storico…ma mi rendo conto che ormai accedere ad una verità, seppur parziale ma almeno un poco condivisibile è una pura chimera. Aspetto che piuttosto di un parere di seconda mano, tu mi consigli qualche fonte diretta, e non su Kapuściński, sull’aggressività e la pericolosità in termini storici delle popolazioni africane, tanto nocive e pericolose al nostro quieto, sano e misurato modo di vivere.
    Un dato di fatto che si trova in tutti i libri di storia è questo:
    “è stato solo al tempo della guerra Fredda che Oriente e Occidente hanno dotato l’Africa di armi automatiche”.

    Rodolfo

  14. rodolfo - commento N.14 :

    Continuo con la “mia” rassegna stampa (naturalmente per qualcuno è faziosa, ma ad oggi non ho ricevuto ritagli di segno opposto, che sarei curioso di leggere).
    Rodolfo

    In una vignetta del “New Yorker”, due pellerossa guardano da lontano una carretta del mare da cui sta sbarcando una fila di straccioni. Sulla fiancata c’è scritto “Mayflower”: ha fatto attraversare l’Atlantico a un gruppo di profughi (tra cui pure qualche poco di buono) che diventeranno i padri fondatori della più grande potenza mondiale. “Chi sono?”, chiede uno. E l’altro: “Clandestini”.
    Non è improbabile che, con largo anticipo su Berlusconi, Toro Seduto o Cavallo Pazzo abbiano pronunciato la storica frase “non vogliamo la società multietnica”.
    Di sicuro l’hanno esibita diversi presidenti Usa, fino a George Bush junior, che hanno eretto alle frontiere sbarramenti di ogni tipo contro l’immigrazione. Con il risultato che oggi i messicani Gutierrez o i vietnamiti N’Guyen occupano intere colonne negli elenchi telefonici delle città americane, dalla California a New York. In tutti i Paesi industrializzati, gli stranieri rappresentano una quota rilevante della forza-lavoro: 1 su 4 in Australia, 1 su 6 negli Usa, 1 su 9 in Gran Bretagna, 1 su 15 in Italia.
    E non solo produzione: nel nostro Paese oggi ci sono 6 immigrati ogni 100 abitanti; nel 2030 ce ne saranno 15, a nord addirittura 22. Come dire oltre 1 su 5. Una delle più prestigiose aziende dello stesso leader politico che dice no alla società multietnica, il Milan, ha in busta-paga 14 stranieri su un organico di 24: senza di loro, la squadra del Cavaliere alla domenica se la vedrebbe non con l’Inter ma con la Pro Patria.
    Non sarà un voto di fiducia a stabilire in che tipo di società dovremo vivere, anzi stiamo già vivendo; ma certamente il modo con cui il governo italiano (non la maggioranza, visto che proprio il ricorso alla fiducia segnala i forti dubbi sulla sua tenuta) sta affrontando la questione, ha ricadute e legami con un altro e più importante voto, quello popolare del 6 e 7 giugno.
    Manca una politica europea unitaria, al di là delle dichiarazioni d’intenti sottoscritte (una per tutte: quella de L’Aja 2004, punto 45); e oggi la UE, segnala la Banca Mondiale, stanzia per le vacche dei suoi allevatori più del doppio di quanto destina ai piani di sviluppo nei Paesi poveri, scelta essenziale per trattenere a casa propria chi è spinto a migrare da una letale miseria.
    Ma nella campagna elettorale si parla delle piccole beghe di casa Italia anziché di ruolo dell’Europa. Sul piano interno, la risposta si concentra sull’immigrazione anziché sugli immigrati, sull’ordine pubblico anziché sulla convivenza, senza la quale non può esserci integrazione.
    Ci vorrebbero approcci diversi e articolati, che tengano conto di chi considera gli stranieri utili perché può permetterselo anzi gli servono (imprenditori e famiglie di tenore medio-alto), ma anche di chi per la propria precaria condizione economica vede in essi dei concorrenti a beni primari, dall’alloggio al posto di lavoro agli stessi sussidi pubblici. Ma anche su questo versante, la campagna elettorale per comunali e provinciali è finalizzata al voto facile da incassare domani, anziché alla coesione sociale di lungo periodo.
    Eppure non c’è alternativa. Non esistono risposte facili a quello che è e sarà il problema numero uno dei Paesi occidentali nei prossimi decenni. Ma è certo che essi diventeranno sempre più multietnici, lo vogliano o no: dunque, l’alternativa è tra attrezzarsi per diventarlo, o rassegnarsi a subirlo con la certezza di venirne travolti. Attenti, il tempo a disposizione non è molto.
    Allo stravagante leghista che ha lanciato l’idea dei vagoni separati della metropolitana per gli immigrati, il Paese fondato dai clandestini della “Mayflower” ha già dato una sua chiara risposta: in meno di mezzo secolo, un nero è passato dal retro di un autobus alla Casa Bianca.

    Francesco Jori- Nuova Venezia

  15. punks not dead - commento N.15 :

    chi l’avrebbe detto che i leghisti leggono il new yorker?
    http://www.leganordvaleggio.org/img/foto/manifesti%202008/Indiano.jpg

  16. punks not dead - commento N.16 :

    sull’africa precoloniale ci sono i resoconti dei primi esploratori, ad esempio La Spedizione verso lo Zambesi, di David Livingstone, è sempre una lettura interessante.
    Si parla di fiorenti traffici di schiavi in essere molto prima dell’arrivo degli occidentali, di personaggi come Ahmed Bin Ibrahim (trafficante arabo)e Kabaka Mutesa, re ugandese e fornitore di materia prima.
    John Speke, altro esploratore, racconta di come il Mutesa usasse i suoi sudditi come bersagli umani per testare l’efficacia delle armi da fuoco.

    Un resoconto recente sull’esperienza coloniale è invece Impero di Niall Ferguson che ci racconta ad esempio del rapido declino del Ghana (ex Costa d’Oro) da fiorente colonia britannica all’attuale situazine di miseria e corruzione.
    Ad esempio l’USAID, l’agenzia americana per lo sviluppo ha dato nel 2006 22,5 milioni di dollari al Ghana per aiuti umanitari.
    Un anno dopo il paese iniziava 12 mesi di celebrazioni faraoniche per i 50 anni di indipendenza, per un budget di spesa di 20 milioni di dollari.

    O la vicenda dello Zimbabwe raccontata Heather Bennett.
    “I Bennett, cinque anni fa, hanno perso la casa e le loro terre, espropriate dal governo
    durante il controverso programma di confisca ai bianchi e ridistribuzione ai neri. Un progetto
    ambizioso, ma la sua applicazione è
    stata disastrosa: terre meravigliose e fertili (il granaio dell’Africa, era chiamato una volta lo Zimbabwe), si sono
    tramutate in distese desolate ed ora il Paese soffre di carestia e fame. La disoccupazione è alle
    stelle e i coltivatori bianchi, odiati da Mugabe, sono diventati i beniamini dei poveri e dei
    diseredati, neri. Restano il simbolo del male soltanto per il vecchio ottantunenne tiranno e i suoi
    accoliti che, dietro un’ideologia socialisteggiante («lotta al colonialismo e al razzismo»),
    nasconde soltanto interessi economici della cricca al potere.” (dal corriere della sera)

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