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L’ANGOLO DIRITTO

mar, apr 28, 2009

Generale

PER IL TRIBUNALE DI VENEZIA IL DIVIETO DI NOZZE GAY POTREBBE ESSERE ANTICOSTITUZIONALE

 

“Vuoi tu Giorgio prendere il qui presente Paolo come tuo sposo ed amarlo ed onorarlo tutti i giorni della tua vita?” – “Si, lo voglio!”

“E tu, Paolo, vuoi prendere il qui presente Giorgio come tuo sposo ed amarlo ed onorarlo finché morte o divorzio non vi separi?” – “Sì, lo voglio!”

“Bene, per l’autorità concessami dallo Stato vi dichiaro marito e moglio…” 

Temo che, a dispetto della pretesa di totale uguaglianza, almeno la formula matrimoniale dovrà subire alcune modifiche, oltre che lievi accorgimenti, se quanto sospettato dal Tribunale di Venezia dovesse rivelarsi corretto, e cioè che il divieto posto dalla nostra legge alle pubblicazioni di matrimoni tra persone dello stesso sesso è contrario ai nostri principi costituzionali.

Se lo è davvero, sarà ora la Corte Costituzionale a stabilirlo, dopo che i giudici veneziani con ordinanza del 3 aprile 2009 l’hanno investita della spinosa questione.

L’incidente processuale trae origine dal ricorso presentato da Giorgio e Paolo (i nomi sono di pura fantasia, ndr) contro il rifiuto, oppostogli dall’ufficiale di stato civile del Comune di Venezia, di procedere alle pubblicazioni di matrimonio, formalità necessaria prima della celebrazione del rito, civile o religioso che sia.

Secondo il perplesso funzionario comunale, l’istituto del matrimonio nel nostro ordinamento giuridico è inequivocabilmente incentrato sulla diversità di sesso dei coniugi, sebbene questo requisito non sia espressamente previsto da alcuna disposizione, sicché doveva certamente negarsi la pubblicazione di un atto contrario alla legge.

L’amore, però, omnia vincit, per cui forti di questa certezza gli intrepidi amanti si sono rivolti al Tribunale di Venezia chiedendo giustizia delle loro attese deluse.

Osservano i giudici che, in effetti, tra le condizioni richieste per contrarre matrimonio la nostra legge non prevede la disparitas sexus, mentre invece prevede l’età minima, la libertà di stato o l’assenza di parentela tra gli sposi.

Vi sarebbe a dire il vero, ma questo i giudici non lo dicono, l’art. 87 del codice civile che esclude il matrimonio tra ascendenti e discendenti in linea retta, tra fratelli e sorelle, nonché tra “lo zio e la nipote e la zia e il nipote”, ma a quanto pare questo impedimento non precluderebbe necessariamente il matrimonio tra lo zio e il nipote e tra la zia e la nipote.

Il divieto di matrimonio omosessuale, a detta dei giudici, si porrebbe in grave contraddizione con i principi costituzionali di uguaglianza e di parità di trattamento, oltre che in aperto contrasto con l’evoluzione del costume sociale e con la legislazione di altri Stati europei che simili unioni consentono, con la conseguenza che in Italia, se permanesse il divieto, non potrebbe nemmeno essere riconosciuto il matrimonio legalmente contratto all’estero da due persone dello stesso sesso.

Dovrà essere allora la Corte Costituzionale a sentenziare se il divieto in parola è conforme o meno ai principi supremi del nostro sistema giuridico.

In attesa della risposta da Roma, c’è già chi un’idea abbastanza chiara se l’è fatta e dimostra pochi dubbi sui prossimi passi da fare: “affamare il Tribunale di Venezia!”.

Così ha tuonato l’onorevole leghista Luciano Dussin, che già irritato dalla decisione dei magistrati veneziani di impugnare la sentenza di assoluzione dei Serenissimi che assaltarono il campanile di San Marco, non poteva sopportate anche questa ennesima provocazione.

Il protocollo suggerito dall’onorevole è il seguente: “affamare il tribunale di Venezia, tagliandoli luce, acqua, riscaldamento e attrezzature. Anche se la vera speranza è che sprofondi”.

In realtà, considerato l’apporto calorico di risorse di cui giornalmente dispone il Tribunale di Venezia, la situazione auspicata dall’esponente leghista non è molto di là da venire.

 

Luigi Sclebin

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