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“La gente non ride più come una volta”.

ven, mar 27, 2009

Cultura, riflessioni

“La gente non ride più come una volta”.
Di Franco Lomartire

Sembra il titolo di uno degli argomenti trattati a Porta a porta. Invece è stato un argomento fra tanti, discussi ad una “cena messicana” l’altra sera; tra gli altri: le prossime elezioni amministrative, e, naturalmente, chi sarà il nuovo sindaco?, il copione, interpretazione della descrizione di un test, prostata, certe abitudini sul dormire da soli o in compagnia, il vello d’oro e, naturalmente, la nave Argo e gli Argonauti, Giasone e Medea, il carattere degli italiani e le loro radici, in particolare quelli della Sicilia, le rivoluzioni dei Francesi e altri argomenti ancora. Come nel Simposio (che grossomodo vuol dire banchetto, e che comprende anche un certo rituale; uno dei migliori dialoghi di Platone). Solo che il Simposio è avvenuto 2415 anni fa (circa), presenti, oltre al padrone di casa, Agatone, ci furono Fedro, Erissimaco, Pausania, Aristofane, Socrate e Aristodemo, mentre l’argomento principale del giorno fu quello dell’Amore (se ti interessa saperne di più leggi De Crescenzo I grandi miti greci).
Nel nostro caso c’è stato, come uso chiamare io, una strutturazione del tempo oltre, naturalmente, a un bisogno di costruire nuove relazioni, nuovi stimoli, poiché questi, sembra, non siano mai abbastanza, considerata la difficoltà ad ottenerne sempre di nuovi (nel senso che non tutti hanno un copione complementare al proprio, o simile). Ogni essere umano ha un bisogno biologico irrefrenabile di una sufficiente dose quotidiana di riconoscimento (carezze in A.T.; Il copione, cap. VI, p. 63), necessaria per garantire la propria stabilità psicologica (omeostasi). Se noi osserviamo, la serata si è svolta abbastanza regolare fino alla fine, però ci sono state anche delle brevi pause tra un argomento e l’altro, e durante queste brevi pause (una manciata di secondi) già si percepiva l’emergere di uno stato di disagio. È come quando ci troviamo in ascensore con un’altra persona, e nessuno parla. Se il tratto da percorrere è di uno o due piani, il problema è minimo, se i piani diventano una ventina il disagio cresce notevolmente. A quel punto ci deve stare almeno un saluto per stemperare la tensione.
Quella sera, com’è che si usa dire? per ammazzare il tempo, abbiamo inventato degli argomenti, quelli appena elencati, che peraltro abbiamo trattato in modo abbastanza grossolano e superficiale, con alcuni scadimenti nell’altra espressione, il parlare a vanvera, cioè in carenza di dati e informazioni concrete, transazioni tipiche del Genitore Critico Negativo (patologico). Ed è quasi sempre così. D’altra parte non si può neanche pretendere che ad una cena si possa trattare certi argomenti a livello di conferenza, e poi non siamo né Agatone, né Fedro, né  Socrate e compagnia bella, anche se mi rattrista un po’ il pensare che viviamo in un’epoca di due millenni e mezzo dopo di loro. Tuttavia va bene la superficialità per far correre il tempo data la tipologia della circostanza, ma parlare a vanvera proprio no, non è accettabile per delle persone Adulte. È infatti un comportamento di tipo infantile. E comprendo che può essere emozionante, cioè irritante sentire o leggere queste affermazioni sul proprio conto, perché spesso ci piace pensare di apparire secondo la nostra immagine di perfezione, mentre teniamo nascosta quella parte di noi che ci appare disdicevole o degna di vergogna. In sostanza, accade spesso che in alcune delle nostre manifestazioni non esprimiamo il nostro Io Espressivo (Bambino Naturale) perché l’idea ci terrorizza, questo fa sì che in talune situazioni non siamo noi stessi, vogliamo apparire secondo modelli immaginari di perfezione costruiti dal nostro Piccolo Professore per controbilanciare il Bambino-non-OK (Bambino Adattato). Per fare un esempio, dico delle stronzate, che non hanno né capo e né coda, pur di far vedere agli altri che anch’io esisto (bisogno di riconoscimento; Il copione, cap. VI, p. 63). Tengo comunque a precisare che non tutti siamo così, e se lo siamo lo siamo in modo variabile, con sfumature e gradazioni diverse, perché diverso il nostro storico; pertanto, chi mi legge può o meno riconoscersi in ciò che scrivo, e cogliere nell’eventualità l’occasione per riflettere su se stesso.
Come ho detto prima, quel genere di cene, l’aperitivo con gli amici la sera prima di rientrare a casa, ecc. sono dei passatempi che servono a strutturare il tempo (bisogno di strutturazione) che deriva da un precedente bisogno di stimolo (Il copione, cap. VI, p. 63). La qualità della serata non dipende tanto dalla qualità e originalità dei cibi, quanto dalla somiglianza delle persone che vi partecipano, sia sotto l’aspetto culturale che psicologico. Se c’è somiglianza è probabile che le transazioni, elemento sociale della serata, di tanto in tanto escano dal superficiale per immergersi in approfondimenti Adulti, e se la cosa è così stimolante si potrà continuare in seguito in altri appuntamenti simili.
La gente non ride più come una volta”, più che una constatazione supportata da dati statistici e comportamenti riscontrabili e concordanti, sembra una lamentela dettata da uno stato di disagio del Bambino non-OK ed esternata dal Genitore Critico Negativo, una proiezione sugli altri del proprio stato interno, una propria generalizzata visione del mondo. Più terra terra, è un luogo comune, uno slogan, il titolo di una trasmissione televisiva. È certo che ogn’uno può avere proprie opinioni sull’argomento, come su qualunque altro, ma è anche certo che quando tali opinioni vengono esternate, con implicito invito al dibattito, possono essere oggetto di confutazione da parte di altri. L’Okeità di una persona sta nella sua capacità di difenderle, queste sue opinioni, senza però trascurare l’esame attento del ragionamento dell’altro e cogliere semmai da questo ragionamento quelle parti, ove vi fossero, che migliorerebbero e arricchirebbero la propria visione del mondo. Nel caso mancasse questa capacità, parleremmo di persona che di fronte al proprio universo ha adottato la posizione secondo cui “Io Valgo, dunque sono OK, gli Altri non Valgono niente, dunque non sono OK, e meritano solo di essere cacciati a pedate nel sedere perché sono la causa dei miei problemi, o quantomeno sottomessi in quanto inferiori”. In questo caso ci stanno espressioni del tipo “Vai a cagare”  e simili, che anche se proferite nell’ambito di “un’amicizia stretta”, ma confusa, è pur sempre la tipica posizione dell’arrogante o paranoide. I “problemi” in questo caso sono costituiti dal fatto che il suo copione, cioè il proprio sistema di riferimento viene messo in discussione, e questo è inaccettabile perché mette in crisi la propria stabilità psicologica data principalmente dalla sua posizione esistenziale (Il copione p. 51 e 93). Per questo le persone OK, cioè coloro che hanno una buona stima in se stessi, ma anche negli altri, stanno bene con persone che la vedono allo stesso modo o in modo simile. Le persone invece che sono nella posizione Io si, Tu no (l’arrogante), normalmente si riuniscono in club, e poiché anche la miseria ama la compagnia anche le persone non OK (il depressivo) si ritrovano, ma in locali non OK. Poi c’è un’altra figura: la persona che considera la vita futile e non degna di essere vissuta. Queste persone hanno adottano la posizione “Io non sono OK, ma neanche Voi lo siete” (il derisorio), e passano il loro tempo al bar a deridere gli altri.
La gente non ride più come una volta” e i discorsi più o meno trasversali, comunque superficiali che ne derivano, come passatempi servono a riempire uno spazio temporale che ci permette di arrivare alla mezzanotte indenni, ma niente di più, per il momento (Il copione cap. XII, p. 145). L’unico a trarne un immediato vantaggio, anche se non cercato, è l’analista di copioni che attraverso l’osservazione delle transazioni e dei comportamenti, delle battute e delle ironie, si fa un’idea della personalità dei presenti e arricchisce il proprio archivio culturale o banca dati. Per quanto riguarda gli altri sarà da capire che cosa quella cena provocherà in futuro. Dipenderà molto in che misura l’Adulto delle persone è stato presente durante la serata, cioè in che modo, nel caso si fossero presentate delle opportunità, queste saranno colte.
Nel merito, la frase in riferimento di per sé è una provocazione che invita gli altri a scomodarsi dalle loro posizioni e a confrontarsi, a patto di rimanere sul superficiale per non deturpare la digestione di qualcuno. Qualcun altro dichiara fin da subito e con sincera umiltà “Aah, mi no capisse gnente”; qualcun altro ancora rimane in silenzio e ascolta; chi invece rimane aggrappato alle proprie illusioni nella persistente convinzione che Babbo Natale esiste e che prima o poi arriverà a portargli i doni che finora la vita gli ha negato, vivendo così il suo tempo Aspettando il Rigor Mortis. C’è anche quello che vive il presente pensando di “essere vecchio” e che la vita gli riserverà ben poco ancora. Beh, questo mio amico dovrebbe pensare che ci sono persone che a trent’anni sono molto più vecchie di lui, e moriranno anche prima di lui. Ci sono poi persone che ne hanno sessantacinque, e anche settanta di anni, ma sembrano dei quarantenni. Dunque, l’essere giovane o vecchio non sta nell’età anagrafica, ma nel nostro sistema di pensiero, poiché è questo che induce il nostro comportamento. Alla fine, siamo noi che decidiamo se essere vecchi o giovani, e se accorciare o allungare la nostra vita.
Le emozioni, i sentimenti e i comportamenti (Il copione, cap. XI p. 139), così come gli eroi dell’antichità e le loro gesta, sopravvivono nei secoli e nella storia.
Quando Giasone venne a sapere che Medea aveva sgozzato i suoi figli si fiondò da lei, e giunto a palazzo, fremente di rabbia, urlò:

Sciogliete i serrami, o servi, e aprite le porte,
che io veda la mia doppia sciagura: i figli morti
e colei che con questa spada or ora voglio punire!

E quando fu di fronte a Medea:

O abominevole donna, che di quante mai ce ne
furono fosti di certo la più esecrabile, tu che gli stessi
tuoi figli hai osato massacrare, tu devi morire!
Io condussi te, malanno funesto, da un paese
barbaro e una casa barbara, qui da noi in Grecia,
e quando ti conobbi non ti avevo ancora capito.
Ebbene, mia sozza assassina, mia cagna schifosa,
non c’è Greca che avrebbe osato fare quello che hai
fatto. Anche tu, però, ammettilo:  soffri come sto
soffrendo io?

E Medea:

“Certo che soffro, ma se tu non ridi mi sta bene!”
      (Euripide, Medea)
Venendo al dunque, come sostiene Joseph Campbell “La vita è lo stesso vino vecchio in bottiglie sempre nuove”: le bottiglie di noce di cocco e di bambù cedono il passo alle pelli di capra, le pelli di capra alla terra cotta, la terra cotta al vetro, e il vetro alla plastica, ma l’uva non è cambiata affatto e in superficie c’è sempre la stessa antica ubriachezza, come sul fondo ci sono sempre le stesse antiche storie, sentimenti, emozioni. La gente ride e piange in ogni epoca, oggi, trent’anni fa come tremila anni fa, e per le stesse ragioni, perché l’origine della patologia è sempre la stessa: alcuni bisogni dell’infanzia rimasti insoddisfatti. L’insicurezza che ne deriva pone l’individuo in età adulta in stato di continua difesa che si manifesta sempre con la fuga: fuga in avanti, aggressività, e fuga all’indietro, sottomissione. Ciò pone fondamentalmente l’Adulto fuorigioco, lasciando spazio al conflitto interiore tra il Genitore e il Bambino, e a comportamenti distruttivi per se stesso e per gli altri.
La teoria del copione, oltre ad offrirci una chiave di lettura del comportamento, ci offre anche la possibilità di uscirne allorquando questo impedisca la normale espressione della persona, ovvero la sua  autonomia.
La persona non autonoma non è consapevole di come agisce, pensa o sente. È sempre in balia di forze interne contrastanti (Genitore-Bambino) e sperimenta una mancanza di fiducia in se stesso. Ha alienato parti di sé importanti: idee, sentimenti, sensazioni, creatività… e ha reso la sua persona incompleta.
Quando invece diviene autonomo, è cosciente di tutto ciò, inizia a muoversi verso la completezza, si arricchisce, realizza l’insight (intuito, capacità di penetrazione (psicologica), acume, discernimento), e così scopre di potersi fidare della propria competenza e capacità di giudizio e di percezione. Decide, insomma, di diventare un vincente e non un perdente nella vita. Continua a scoprirsi e a rinnovarsi. La sua vita è caratterizzata non dall’avere di più ma dall’essere di più. Un vincente è felice di vivere.
Per concludere, nonostante talune dolorose osservazioni sopra descritte, che spero si rivelino utili per chi le legge, esprimo il mio più sincero apprezzamento delle persone che vi hanno partecipato oltre alla più sincera amicizia, considerato che nessuno è perfetto, e io meno di tutti, ma tutti desiderosi di migliorare. Anche se il Simposio è stato ben altra cosa, la serata è stata comunque bella e interessante. Grazie.

Jesolo, 6 maggio ’07                                                                                                  Franco Lomartire

12 Commenti per questo articolo

  1. ele - commento N.1 :

    …Questo riferimento al Simposio di Platone non può non farmi ricordare come in questo dialogo Platone proponga il mito di Eros, con il quale egli spiega l’umano desiderio di conoscenza.
    Qualsiasi attività umana è spinta dall’Eros, inteso come una spinta razionale, cosciente; esso incarna l’amore per la sapienza che per Platone è propria del filosofo… l’unica forma di conoscenza che non può essere accettata, in Platone come per Socrate, è la doxa, vale a dire l’opinione, inteso questo come un sapere che si ferma alle prime battute, che non viene approfondito, che non si spinge mai al di là in un processo di “reiterazione” della ricerca…
    Mi piace pensare che il processo platonico per arrivare alla conoscenza, si possa in qualche modo accostare al discorso di Franco sul diventare persone autonome, laddove questo termine sta a significare in primo luogo consapevolezza, capacità di non lasciarsi trasportare dalle emozioni, utilizzo delle proprie capacità di discernimento.
    In Platone il mito stava a simoleggiare i gradi della conoscenza (vedi il Mito della caverna..) e ricalca la procedura logica per cui dalla percezione sensibile delle cose si passa alla definizione del concetto. Tuttavia non posso non pensare alla forza che il mito stesso sprigiona come allegoria di una verità o di un concetto che si vuole esprimere, e quindi come anche per noi, uomini del terzo millennio, esso prefiguri un cammino fatto di dedizione, impegno e continuo approfondimento che vada in primo luogo nella direzione di conoscere meglio se stessi; quindi, nella direzione di conoscere meglio la realtà che abbiamo di fronte: capire come essa funziona ci può fornire sempre più strumenti per poterla eventualmente modificare.
    Tra le altre cose mi ha impressionato il riferimento di Franco al vivere aspettando…”il rigor mortis”…fa pensare che qualche volta siamo già un po’ morti, o che comunque non si è in grado di vivere appieno.
    Che Platone ci possa ispirare ancora?…..

  2. andrea - commento N.2 :

    Piccola critica.
    Analisi transazionale, Eric Berne, “A che gioco giochiamo?”.
    Questi riferimenti sono corretti, Signor Lomartire, come fonte del suo ragionamento?
    Ho letto tutti i suoi interventi, ma questo l’ho trovato denso di tutto, c’è una sensazione di “troppo pieno” che secondo me nuoce alla comprensibilità.
    E poi, per chi non conosce l’Analisi Tranazionale, forse termini come “Genitore Critico Negativo”, Bambino OK e via dicendo, non possono, alla fine, risultare fuorvianti?
    Un’ultima cosa. Chi è l’autore de “Il copione?”
    Interessante comunque. Ed anche inquietante. Lei e i suoi amici riuscite a discorrere, a vanvera o meno, su tutti questi temi in una sera soltanto? Posso venire anch’io? ;-)

    Un saluto
    Andreina

  3. angelo1 - commento N.3 :

    Jesolo 6 maggio 2007

    ma l’articolo è della data sopra riportata?

  4. Brindisi - commento N.4 :

    L’articolo di Franco Lomartire mi è piaciuto molto perchè oltre ad essere divertente presenta diversi punti di profondità e sollecita la riflessione. Lo ritengo molto utile.
    Concordo con Andrea sul fatto che termini come Genitore Critico, Bambino Adattato e Piccolo Professore, sarebbe meglio venissero chiariti.
    L’autore de “Il copione”, mi sembra di aver letto in un commento dello steeo Lomartire sul suo articolo “Politica e illusioni”, sia egli stesso.

  5. Franco Lomartire - commento N.5 :

    Per Andrea
    “A che gioco giochiamo” è una delle tante opere di Berne, padre dell’analisi transazionale. Ha ragione lei, e con lei Brindisi, circa i termni che avete menzionato: non sono molto conosciuti. Ma siccome l’articolo l’ho scritto due anni fa all’indirizzo dei vari commensali di quella cena, ho ritenuto di pubblicarlo così com’è per la sua attualità, credendo che i termi tecnici da lei rilevati non disturbassero più che tanto. Questo articolo l’ho pubblicato anche come intermezzo agli altri in cui la psicologia è sostanzialmente applicata alla politica.
    Non ho capito cosa intende con la domanda:”Questi riferimenti sono corretti, Signor Lomartire, come fonte del suo ragionamento?”.
    “Il copione” l’ho scritto io nel 2006. Per avere più informazioni basta collegarsi sul mio sito: http://www.francolomartire.com

  6. angelo1 - commento N.6 :

    Diceva il mitico prof.Rinaldi docente di storia e filosofia

    “Citare troppo significa avere rielaborato poco, essere succubi della materia ingurgitata troppo in fretta”

    Prosit

  7. alfredo - commento N.7 :

    Caro Angelo, hai commentato il troppo citare…con una citazione :)
    alfred

  8. andrea - commento N.8 :

    La ringrazio, signor Lomartire.
    In merito alla mia domanda da lei non compresa, volevo solo sapere se il riferimento era Berne, che dell’analisi transazionale è il padre. Non sono una specialista, quindi mi sono chiesta se i riferimenti potessero essere anche altri.
    Leggerò con piacere i suoi interventi, sono ricchissimi di spunti per riflettere. Ma, se mi permette, li sempifichial fine i farli arivare più “lontano”.

    Andreina

  9. Franco Lomartire - commento N.9 :

    Vorrei far presente a Angelo1, persona che rispetto, che a volte troppa ansia fa perdere il contatto con la realtà: le citazioni che ho riportato sull’articolo si riferiscono a un mio libro, che io ho elaborato, scritto e pubblicato.

    L’analisi transazionale è figlia della psicoanalisi. Per la sua semplicità ed efficacia, si è sviluppata molto negli Stati Uniti, in Inghilterra, in Spagna, in Francia e negli altri paesi del nord Europa. Non in Italia, chissà perchè?

    Come riferimenti ce ne sono già abbastanza, mi pare. Tuttavia la mia formazione si estende anche alla programmazione neuro linguistica e a molte altre teorie psicologiche.

    A mio parere comunque l’analisi transazionale è quella che ottiene i maggiori risultati.

  10. angelo1 - commento N.10 :

    Il cortese Franco si domanda:
    L’analisi transazionale è figlia della psicoanalisi. Per la sua semplicità ed efficacia, si è sviluppata molto negli Stati Uniti, in Inghilterra, in Spagna, in Francia e negli altri paesi del nord Europa. Non in Italia, chissà perchè?

    Ma perchè al primo accenno è arrivato l’invito:ma va in mona!

    Cmq dal tuo racconto iniziale mi sa che sei il maggior indiziato per l’aggiudicazione del prossimo premio Nobel per l’enogastronomia transazionale.
    E visto che ne approfitti, in senso buono, per citare le tue opere,penso che potresti contribuire alle finanze del forum

    Ho già ordinato “il copione” libro di cui non conoscevo l’esistenza.

  11. in vino veritas. - commento N.11 :

    Buona sera signor Lomartire, provo sempre una sorta di “invidia ancestrale” che mi fa sentire ko verso chi non solo utilizza termini quali “analisi transizionale”, “genitore critico”, “bambino ok”, ma per giunta è stato in grado di scriverne dei libri, di farne un mestiere.
    Ma l’invidia ancestrale non mi ferma dal comprendere che questi sono solo nomi, che questa è solo una nomenclatura che si stratifica su altre più antiche perchè in fin dei conti quello che vi può essere di “utile” agisce e si muove altrove.
    Leggendo i suoi interventi e un poco del suo sito mi è venuto a mente un bellissimo film di qualche anno addietro. Little Miss Sunshine.

  12. Marco - commento N.12 :

    Le questioni poste sul tavolo da Franco Lomartire si sono dimostrate anche questa volta meritevoli di interesse, visto anche il susseguirsi di commenti che scatenano.
    Una frase dell’articolo di Franco ha focalizzato in maniera preminente la mia attenzione, e cioè quando si parla del bisogno di riconoscimento o carezze.
    E’ un esercizio particolarmente divertente individuare questa infinita ricerca di riconoscimento che spinge noi e le persone che ci vivono in torno a comportarci in determinate maniere, a volte producendo comportamenti apparentemente irrazionali. Ovviamente ogni persona ricerca la sua forma ideale di riconoscimento.
    Forse per qualcuno anche scrivere in un forum è una ricerca di “carezze”
    … e perché no, se può aiutare a stare meglio, tutti a scrivere su JesoloForum.

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