E così Pantalone paga….(seconda parte)
Lun, Dic 1, 2008
Riceviamo e pubblichiamo da Franco Lomartire la seconda parte dell’articolo “E Pantalone paga…”.
Redazione
Mi rendo conto anch’io che quell’articolo è molto lungo, d’altra parte non l’ho scritto con lo
scopo di pubblicarlo. Ciò è avvenuto più tardi a seguito di una serie di coincidenze. Lo avevo scritto
come promemoria per un libro sulla storia politica del nostro Paese che sto scrivendo e che penso
verrà pubblicato in ottobre 2009.
Prendendo spunto dalla trasmissione televisiva Porta a Porta, da cui ho tratto quel sondaggio –
che ci dà fondamentalmente la misura di quanto poco colto sia il 52 per cento del popolo italiano,
precisando che non è mio costume fare di tutta l’erba un fascio – devo evidenziare che l’ignorante
non può essere consapevole per definizione. L’elemento nevrotico è dato dal fatto che questo 52 per
cento non è neanche consapevole di essere ignorante, o, quanto meno fa di tutto per non darlo a
capire. Queste persone nella loro vita hanno bisogno di un Genitore che li guidi, abdicando
all’utilizzo del loro Adulto in suo favore, e diventando questa una relazione simbiotica. Quando tra
due persone, o tra una persona e un ente si instaura un rapporto in cui non sono utilizzati alcuni stati
dell’Io, essendone esclusi, si ha una relazione simbiotica. Un comportamento socialmente
improduttivo, spesso distruttivo. Un comportamento patologico per chi ama i psicologismi.
Provo a spiegarlo meglio, aggiungendo un esempio.
Quando noi ci relazioniamo con gli altri, utilizziamo tre stati dell’Io: il Genitore, l’Adulto e il Bambino;
precisando che questi tre stati dell’Io corrispondono all’Io freudiano.
Nel Genitore abbiamo registrato tutto ciò che abbiamo visto accadere nella nostra infanzia: i comportamenti
dei nostri genitori, fra di loro e con noi stessi, come si fanno le cose a livello pratico e i valori che ci hanno
trasmesso. Il genitore è lo stato dell’Io giudicante.
Nel Bambino abbiamo registrato una serie di messaggi genitoriali limitanti e bisogni non soddisfatti.
Messaggi negativi e bisogni insoddisfatti costituiranno il conflitto interiore che ci accompagnerà per tutta la vita
e che ci indurrà a cercare un genitore, o più genitori disposti a soddisfarli (relazione simbiotica).
L’Adulto ha il compito di elaborare i dati (come un computer) provenienti dal Genitore, dal Bambino e dalla
realtà alla quale deve dare una risposta, la più utile. E siccome nessuno di noi funziona perfettamente, facciamo
spesso dei danni, a volte irreparabili. Un danno oggi, un danno domani, e così di seguito, diamo concretezza al
nostro copione che per la maggioranza di noi è perdente.
Data questa striminzita spiegazione dell’analisi strutturale facciamo un esempio di relazione simbiotica:
Davanti al suo capo, un dipendente si comporterà da Bambino e non utilizzerà mai il suo Adulto, né il suo
Genitore; reciprocamente, il capo non si crederà autorizzato ad utilizzare il proprio di Bambino, e utilizzerà
soprattutto il suo Genitore e il suo Adulto. Tutti gli altri stati dell’Io sono esclusi dalla relazione. Come se di due
funzionasse una sola persona.
Tornando al discorso che abbiamo lasciato, la maggioranza delle persone, per quanto attiene alle
scelte politiche, rinunciano al loro Genitore e al loro Adulto in favore del partito o coalizione che
loro credono li rappresenti in parlamento. Lo fanno non partecipando e disinteressandosi della vita
politica del Paese. Non leggono, non si informano. E quando ci sono le elezioni si lasciano attrarre
da chi le bugie le racconta meglio.
I risultati e tutti i trattati di storia ci dicono che nel Due, nel Tre, nel Quattro e nel Cinquecento,
l’Italia, sia pur divisa in tanti stati che si scannavano fra di loro per qualche metro di terra, è stata
avanti a tutto il mondo civile di almeno cento anni. Oggi siamo fra gli ultimi paesi dell’Europa. Un
Paese pieno di contraddizioni interne, con vaste aree di arretratezza, un’economia con l’acqua
perennemente alla gola e non in grado di mantenere il passo con gli altri paesi, una macchina dello
stato che ci ricorda molto quella dello Stato della Chiesa per privilegi e nepotismi, uno sperpero del
denaro pubblico offensivo dell’intelligenza di chi le imposte le paga. Uno Stato, il nostro, in cui la
parola meritocrazia esiste solo sulla carta, e in suo luogo esiste l’altra parola, il favoritismo, per cui
solo gli unti dal Signore vanno avanti. Gli altri sono costretti a rimanere disgraziati. In termini
politici ci dividiamo tra destra e sinistra – visione illusoria – mentre in termini sociali la divisione
avviene tra privilegiati e disgraziati, appunto. Privilegiati e disgraziati votano sia a sinistra che a
destra. E se l’80 per cento della ricchezza è in mano al 20 per cento della popolazione, possiamo
farci un’idea di che tipo di cultura prevale in questo Paese. Questa è la grande incongruenza storica.
Il Presidente della Repubblica per convenzione deve tenere il più possibile unito questo Paese. I
partiti, in parlamento e fuori, fanno di tutto per disfarlo, e la dimostrazione la abbiamo sotto gli
occhi, ogni giorno.
I mass media in questa dicotomia prendono le parti del Presidente e della Costituzione, magari
raccontando qualche bugia, o favorendola. E comunque tutti concordi e alla ricerca di un fatto o di
un evento storico che possa sembrare significativo dello spirito unitario degli Italiani. Mi riferisco
all’altra trasmissione di
Porta a Porta
, quella che trattava della commemorazione della vittoria
conseguita con la Prima guerra mondiale.
Il Risorgimento italiano, non è stato gran che glorioso a parte l’avventura di Garibaldi. Anzi,
abbastanza vergognoso se pensiamo alla Terza guerra d’indipendenza. E come sempre sono prevalsi
la furbizia e l’espansionismo sabaudo, vittorioso solo col determinante intervento delle armi
straniere. I milanesi delle Cinque giornate non avevano neanche lontanamente l’idea di unirsi a un
Piemonte, molto più accentratore rispetto all’Austria, più flessibile ed avanzata sotto l’aspetto
amministrativo. L’unificazione col Piemonte avrebbe rappresentato non un passo, ma più di qualche
passo indietro. E poi, le popolazioni lombarde nel 1859 non si sono sollevate per sostenere Francesi
e Piemontesi a Solferino, e tanto meno i Veneti nel 1866 per sostenere i sabaudi a Custoza.
Riguardo alla Prima guerra mondiale, gli Italiani potevano ottenere il Trentino e Trieste, città
aperta sotto l’amministrazione italiana, senza dover entrare nel conflitto. Ma la vena espansionistica
e imperialistica di Vittorio Emanuele III e l’ambizione di Salandra e di Sonnino, rispettivamente
Primo Ministro e Ministro degli Esteri, ‘non poterono’ resistere alle offerte delle Potenze
dell’Intesa:
Tirolo Meridionale, con il confine tracciato sullo spartiacque alpino; le contee di Gorizia e di Gradisca, il
territorio di Trieste e l’intera penisola istriana fino al golfo di Quarnaro, comprese Volosca e le isole di Cherso e
Lussino. Per quanto riguarda la Dalmazia, gran parte delle isole sarebbe passata all’Italia, come pure l’omonima
provincia fra Lisarika a nord e Capo Plana a sud: quindi con le città di Zara, Selenico e Trau; anche Spalato è
stata oggetto di trattative, solo che alla fine i Nostri vi hanno ‘modestamente’ rinunciato. Più a nord, in territorio
sloveno, l’Italia ha incamerato la piana di Caporetto e Tolmino e quella di Plezzo, fino al monte Rombon.
Questo sarebbe stato il corrispettivo in cambio dell’entrata in guerra da parte dell’Italia.
Accordo sottoscritto a Londra alle ore 15 del 26 aprile 1915 dagli ambasciatori delle Potenze
coinvolte, accordo meglio conosciuto come Patto segreto di Londra. Il nostro parlamento infatti ne
era all’oscuro. Segreto, poi, non proprio tanto, visto che l’indomani i quotidiani di Mosca davano la
notizia dell’avvenuto accordo e dei partecipanti.
Tale consistente corrispettivo fa pensare a Trento e Trieste più come un pretesto che come
all’obiettivo principale. E più di qualche malato di patriottismo definisce la nostra partecipazione
alla Prima Guerra Mondiale come la Quarta Guerra d’Indipendenza.
Poi c’è stato il conflitto, che possiamo dividerlo in due parti: la prima, dal 24 maggio 1915, data
dell’entrata in guerra, fino alla disfatta di Caporetto, cominciata il 24 ottobre 1917 fino
all’attestazione dell’esercito italiano sul Piave. Da qui fino al 4 novembre 1918, la seconda parte. La
prima parte non è stata una guerra, sono stati 30 mesi di martirio e di massacro per il soldato
italiano. Dodici battaglie comandate da un folle paranoico, per di più corrotto, circondato da
altrettanti folli oltre che incapaci, che ci sono costate 500 mila morti e quasi un milione di mutilati,
nella prima fase della guerra. I soldati erano trattati peggio degli animali, della cui vita a nessuno
importava nulla. Erano considerati carne da macello.
La seconda parte della guerra, anch’essa va divisa in due parti, ovvero in due battaglie: la prima,
del giugno 1918, detta anche battaglia del solstizio e la seconda che è stata conclusiva della guerra.
Ecco, il valore eroico dei nostri soldati in quanto tali si è espresso proprio nella battaglia del
solstizio, nella quale l’Impero Austroungarico ha giocato tutte le sue energie… anche l’anima. È
perdendo quella battaglia che gli austroungarici hanno perso la guerra, perché i mesi che seguirono
prima della fine del conflitto, furono di sola agonia. E la battaglia finale, quella di Vittorio Veneto,
si è svolta contro un fantasma.
Allora quando si fa la commemorazione della Vittoria del 4 novembre bisogna essere un po’ più
onesti e dire: abbiamo vinto una guerra che potevamo evitare e che ci è costata seicentomila soldati
morti valorosamente e un milione di mutilati; comandati da un manipolo di deficienti, da come sono
state condotte le operazioni; e un dissesto economico finanziario senza precedenti. Quella vittoria ci
ha fatto guadagnare il fascismo, la Seconda guerra mondiale e la guerra fredda. Dobbiamo forse
commemorare tutto questo? Perché gli eventi successivi al 4 novembre sono figli della vittoria di
Vittorio Veneto.
Questa è la Storia.
01.12.2008
Franco Lomartire









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