Dove sta andando il clima del Pianeta?
dom, giu 18, 2006
Ormai le previsioni del tempo sono diventate una vera e propria passione. E spesso, sempre di più, non sappiamo bene come interpretare i fenomeni metereologici, che sono oggettivamente diversi da qialche tempo.
Per saperne di più, e per avere anche il vostro parere, pubblichiamo questo interessante articolo.
2005, un anno funestato da una serie impressionante di calamità naturali, soprattutto di natura meteo-climatica: lo Tsunami nel sudest asiatico; Golfo dei Caraibi messo a soqquadro da ben 28 tempeste tropicali (il numero più elevato degli ultimi 150 anni) delle quali poi 14 trasformatesi in uragani (numero record per una singola annata); coste degli USA investite da ben 3 uragani di massima categoria (Katrina, Rita, Wilma), un evento che non ha eguale a memoria d’uomo; l’anno 2005 il più caldo, a scala planetaria, degli ultimi 1000 anni. Ma cosa sta succedendo al clima del Pianeta? Ebbene, a parte lo Tsunami, il cui innesco non è da ricondursi a fattori atmosferici, tutti gli altri eventi hanno una comune origine: il forte surriscaldamento del pianeta, quasi un grado in appena 25 anni, una quantità enorme se si considera che, nella storia del clima della Terra, riscaldamenti di tale entità hanno sempre richiesto, per realizzarsi, tempi dell’ordine, almeno, di 10.000-100.000 anni. Ma se il Pianeta sta aumentando la sua temperatura, allora significa che negli ultimi decenni alla radiazione solare si è aggiunta un’altra fonte di calore, stimabile in circa 2,5 Watt per metro quadrato, pari all’1% del calore in arrivo dal Sole. Una fonte aggiuntiva solo apparentemente modesta, ma non è così se si pensa, ad esempio, che la Piccola Glaciazione fu provocata da un deficit di radiazione solare di appena lo 0,5%. Ma da dove deriva tale surplus energetico? Con elevata probabilità in larga misura dall’incremento della concentrazione atmosferica dei gas-serra e, in misura molto più contenuta, dall’incremento della radiazione solare. Quali gli effetti di tale surplus energetico sul clima del Pianeta? Ebbene in primo luogo, come già visto, un aumento ovvio della temperatura media dell’aria a scala planetaria, che, come era lecito attendersi, ha portato a sua volta a una parziale fusione dei ghiacci polari e dei ghiacciai alpini, all’innalzamento del livello degli oceani e all’aumento della frequenza e dell’intensità delle ondate di caldo estivo. Ma accanto a tali prevedibili effetti, il surplus energetico da gas-serra ne ha provocato altri due, indesiderabili e imprevisti. Infatti da una parte il maggiore calore in arrivo sulla Terra significa maggiore carburante a disposizione per tutti quei fenomeni che vengono innescati e tenuti in vita dal calore immagazzinato nel suolo o negli oceani, come i temporali, le trombe d’aria, i tornado (le mega-trombe d’aria americane), gli uragani (i vortici nuvolosi di bassa pressione con diametro di 200-400 km, lungo la fascia equatoriale), i cicloni extra-tropicali (i vortici di bassa pressione che accompagnano le “perturbazioni” alle medie latitudini). In particolare il surplus di calore ha portato ad un aumento delle temperature delle acque degli oceani, specie in autunno, e questo spiega l’aumento, in intensità e frequenza, degli uragani, sistemi che si alimentano appunto del calore sottratto agli oceani equatoriali. Ma, sempre in autunno, è aumentata anche la frequenza e la violenza dei cicloni extra-tropicali, compresi quelli atlantici, molti dei quali poi raggiungono la nostra Penisola. Ecco perché negli ultimi anni, in autunno, anche da noi sono diventati più frequenti i nubifragi e soprattutto le alluvioni, come testimoniato dal fatto che, delle 6 grandi alluvioni autunnali del dopoguerra (1951, 1966, 1993, 1994, 2000, 2002), ben 4 si sono verificate negli ultimi 15 anni. L’altro effetto indesiderato provocato dal surplus energetico è lo stravolgimento della circolazione generale dell’atmosfera, quell’immenso fiume di aria che, tra 30 e 60 gradi di latitudine, scorre incessantemente da ovest verso est (le correnti occidentali) ed è contornato a sud da vortici permanenti di alta pressione con diametro 2000-3000 km (come l’Anticlone delle Azzorre) e, a nord, da grandi vortici di bassa pressione (come il Ciclone dell’Islanda). Ebbene le correnti occidentali, gli anticicloni e i cicloni permanenti sono mantenuti in movimento dall’energia solare. Ma se in questa macchina termica perfetta viene introdotta un’altra fonte di calore, oltre quella solare, allora è lecito aspettarsi che alcune caratteristiche della circolazione generale dell’atmosfera vengano stravolte e che soprattutto i cicloni e gli anticicloni permanenti non rispettino più le regole. Ecco perché in inverno e primavera l’Anticiclone delle Azzorre si avventura spesso verso l’Inghilterra e la Francia, aree per lui inconsuete nella stagione fredda, impedendo però in tal modo alle piovose perturbazioni atlantiche di raggiungere l’Italia: in questo modo però favorisce, più che nel passato, episodi di prolungata siccità , tanto che dei 7 grandi veneti siccitosi degli ultimi 50 anni (1961, 1983, 1993, 2000, 2001, 2003, 2005), ben 4 cadono negli ultimi 10 anni. Ma poi in estate, sempre l’Anticiclone delle Azzorre, invece di allungarsi verso il Mediterraneo, sua naturale dimora in tale stagione, se ne rimane a lungo rintanato sull’Atlantico, lasciando però in tal modo la strada libera al “caliente” Anticiclone Africano, il quale ormai rende torride e insopportabili le nostre estati. Analogamente l’anticiclone permanente del Pacifico Meridionale (un cugino dell’Anticiclone delle Azzorre), motore degli Alisei in tale area del Pianeta, sparisce ormai spesso nel nulla anche per 1-2 anni ma, di conseguenza, scompaiono per pari durata anche gli Alisei, cosicché le acque superficiali del Pacifico Equatoriale, non più rimescolate dall’azione costante dei venti, si surriscaldano anche di 4-6 gradi e tali restano per 1-2 anni, un fenomeno noto come “El Niño”. Questo spiega perché gli eventi di Niño, che una volta si ripresentavano in media ogni 6-7 anni, adesso compaiono ogni 4-5 anni. Comunque una superficie marina così surriscaldata e pari a 1/7 circa della superficie del pianeta non può non far risentire la sua influenza sul resto del Pianeta, intensificando, ad esempio, le ondate di caldo estivo. Ed in effetti non può essere un caso il fatto che in Italia tutte le estati eccezionalmente calde degli ultimi 25 anni (1983, 1988, 1994, 1995, 1998, 2003) abbiano coinciso con un evento di El Niño. L’uomo può fare qualcosa per far rinsavire questo clima impazzito? Se, come pensano gli scienziati dell’IPCC, il più alto consesso mondiale di esperti del clima, la causa è il notevole incremento della concentrazione atmosferica dei gas-serra prodotti dalla combustione del petrolio, allora è ovvio che la febbre del pianeta può essere curata o mediante la riduzione del consumo di petrolio oppure mediante l’impiego di altre fonti di energia. La prima soluzione è la scelta formalizzata con il Protocollo di Kyoto il quale prevede che 1 miliardo circa di abitanti dei Paesi occidentali riducano appunto nei prossimi anni del 5-10% le emissioni di CO2. Servirà ? Secondo il mio personale giudizio, non sposterà di una virgola il problema perché nei prossimi 10 anni i 3 miliardi circa di abitanti del Sudest asiatico, per raggiungere il tenore di vita dell’Occidente, consumeranno così tanto petrolio da far aumentare del 40-50% le concentrazioni dei gas-serra. Per di più i giacimenti di petrolio tra 40-50 anni saranno ormai a secco. Non resta allora che l’altra via, ovvero optare per un’altra fonte energetica. Le cosiddette fonti alternative (solare, eolica, bioenergia), seppure utili, sono solo dei palliativi perché senz’altro insufficienti per far fronte al forte fabbisogno energetico nei prossimi anni. Allora? Sempre secondo il mio personale giudizio, non resta che il ricorso all’energia nucleare la quale già adesso è senza dubbio meno pericolosa del petrolio, considerato l’elevato numero di vite che ogni anno miete l’inquinamento urbano, una diretta conseguenza, appunto, dell’uso del petrolio. Con la stessa logica con cui si nega l’uso dell’energia nucleare, perché “potenziale” strumento di morte, per par condicio bisognerebbe rinunciare all’uso dell’automobile che in Italia ogni anno fa circa 10.000 morti certi e non “potenziali”. E comunque l’energia nucleare dovrebbe traghettarci dalla energia del petrolio verso quella pulita e a costi irrisori della fusione nucleare (i combustibili sono il Deuterio e il Trizio, due cugini dell’Idrogeno e come tale reperibili nelle acque di tutto il mondo), una volta che siano stati risolti i problemi tecnologici che ancora impediscono di imbrigliare e controllare l’enorme calore liberato dalla energia di fusione nucleare, la stessa che alimenta il sole e le stelle.
Mario Giuliacci – 21.3.2006
Articolo pubblicato su “Il Corriere della Sera” in data 21.3.2006






giugno 19th, 2006 at 12:00
Il ragionamento non fa una piega se, e solo se, riteniamo, come ha detto qualche tempo fa G.W.Bush, che il nostro tenore di vita non è negoziabile. Allora ci vuole tanto di quell’uranio ( prima di arrivare alla fusione fredda) da far spavento.
Invece è impressionante l’impatto che avranno un miliardo di veicol in più nell’area cinese.
Forse non ci rendiamo conto di quanto sta per succedere. Dovremmo però pensarci. Se non per noi, sicuramente per i nostri figli e nipoti. Possiamo rimuovere ciò che vogliamo, ma la responsabilità per quelli che verranno dopo di noi, quella no.
Rodolfo
giugno 19th, 2006 at 12:08
Ma nessuno conosce Nikola Tesla? E’ stato uno dei più grandi scienziati del ’900 ma non è stato in grado di far conoscere ai più le proprie invenzioni. Bisognerebbe chiedere a Whestinghouse, quello degli elettrodomestici…
Tra le presunte scoperte vi è anche una fonte d’energia infinita e gratuita, capace di far funzionare tutti i motori elettrici. Forse non è vero, ma allora, perchè la CIA ha sequestrato tutti i suoi documenti dopo la sua morte?
La domanda a questo punto nasce spontanea: iereo un furbo-mona o un mona-furbo?