Conosci te stesso. Omaggio ad Onofrio Da Brindisi
sab, giu 17, 2006
Conosci te stesso. Omaggio ad Onofrio Da Brindisi
Fenomenologia del Furbo-mona e del Mona-furbo
Avvertenza! Questo è un articolo, lunghissimo, che parla di filosofia.
Chi è allergico alla madre di tutte le scienze, non perda tempo a leggere queste riflessioni e passi oltre.
Consigliato a chi soffre d’insonnia. Da leggersi durante il tempo libero.
Vivamente sconsigliato ai permalosi, ai “convinti” e agli “arrivati”.
Premessa
La filosofia è dentro di noi molto più di quanto pensiamo.
Come la poesia, essa si assopisce perché, lo si voglia o no, il lavoro ci con-centra in bersagli limitati, spesso ripetitivi, qualche volta ossessivi. Noi siamo, anche e soprattutto, quello che facciamo. Triste realtà quella che identifica l’uomo con il suo lavoro.
E il lavoro, o in genere l’essere-con-gli-altri, assorbe gran parte di tutto il nostro fare. Quel che ci resta, quello che più amiamo, diventa marginale: giocare a scacchi, a biliardo, fare sport, stare insieme ai figli, con la persona che amiamo, andare a pescare …..
Esistono i luoghi dell’impegno e della fatica, dove noi abbiamo una funzione e una responsabilità (dobbiamo infatti essere “abili”, capaci, a dare “risposte” e perciò essere respons-abili), luoghi in cui, per quanto ci possa gratificare la nostra attività (essere attivi, accesi, come se quando non lavoriamo fossimo spenti, passivi, in-utili), diamo gran parte della nostra energia vitale, e di conseguenza, ci stanchiamo.
In qualche modo distruggiamo nell’attività tutti gli altri fare che vorremmo davvero fare. A questa distruzione risponde la ri-creazione.
Gli studenti devono avere la ricreazione, perché, se non ci fosse, il loro rendimento, e apprendimento, crollerebbe a livelli bassissimi.
Questo, è chiaro, vale, a maggior ragione, per tutti quelli che, non più studenti, si fanno le loro otto ore di lavoro, in ruoli diversi, da sottoposti o da dirigenti, da proprietari o da impiegati,.
In poche parole, al quotidiano massacro della nostra creatività , ci ritroviamo a dover reagire, se ci resta qualche energia residua, con l’hobby.
Per questo esistono i nostri luoghi di ricreazione, dove esercitiamo le cose che ci piacciono di più, siano essi la sala buia di un cinema, il chiasso di una discoteca, o una strada, o il mare, una palestra o un bar.
In tutti questi luoghi le regole cambiano e , in genere, se non altro perché li scegliamo noi, ritroviamo in essi una sorta di piacere in-condizionato che ci permette di riflettere su noi stessi.
I luoghi della ricreazione sono i luoghi dell’illuminazione.
Introduzione
Da anni conosco un filosofo unico e straordinario: Onofrio. Viene da San Vito dei Normanni, in provincia di Brindisi, ed è unanimemente conosciuto come Onofrio Da Brindisi. Barbiere in pensione, vive a Jesolo da mezzo secolo, ed è sempre stato un fedelissimo cliente del bar dove a Jesolo si gioca a biliardo come un tempo: il Bar Rosa.
Pur non avendo scritto, nè declamato, sistemi filosofici particolarmente articolati, in una sera che ormai s’è confusa nell’indeterminatezza del passato, una serata di biliardo come tante altre, Onofrio ha posto a tutti i presenti, in un modo insolitamente grave e meditabondo, una domanda sconvolgente che, nella sua estrema radicalità , ci spiazzò completamente. Ricordo benissimo quel momento. Aveva in mano la solita, ennesima ombra di rosso e stava giocando, quando chiese a tutti noi : ma è meglio essere un mona furbo o un furbo mona?
Sulle prime dovemmo smettere di giocare perché ridemmo a non finire.
Non era la prima volta che Onofrio Da Brindisi ci illuminava con le sue sentenze. Una volta che, bocciando il pallino, aveva totalizzato solo due sui dodici punti disponibili, il suo avversario, che lo aveva canzonato dicendogli –tanto sono solo due-, Onofrio Da Brindisi aveva risposto lapidario che due è più di zero.
Ma sulla questione del mona-furbo e del furbo-mona, anche perché la questione era posta in modo interrogativo, e senza dubbio con una connotazione sibillina, restammo, ognuno in cuor suo, impressionati ed incerti sulla risposta giusta.
Ne nacque una infinita disquisizione. Non tanto tra di noi, chè il biliardo era lì e noi eravamo lì per lui, bensì dentro di noi, come avemmo modo di constatare , nelle nostre successive serate tra uomini intenti, nel gioco, a riscoprire gli stupori, e le innocenti perfidie, della fanciullezza.
Le sentenze, come i proverbi, non nascono mai per caso. Sono parte di quella che si dice conoscenza sapienziale.
Per arrivare alla celeberrima e indiscutibile -Meglio un uovo oggi che una gallina domani- ci sono voluti dei millenni, e sicuramente tale consapevolezza, non importa se suffragata da consenso o diniego, è ovviamente successiva alla più grande rivoluzione che abbia coinvolto il genere umano: quella che, con la scoperta dell’agricoltura, sancisce la fine del cacciatore nomade a favore dell’agricoltore stanziale. Il cacciatore del paleolitico non avrebbe nemmeno potuto formularla nè, semplicemente, pensarla.
Ma, almeno per ora, non ci è dato di soffermarci sulla questione della gallina e dell’uovo perché, almeno così chi vi scrive vivamente spera, chi è ancora attento a queste parole reclama, non senza fondatissimi motivi, che si giunga a dipanare la questione che Onofrio da Brindisi ci ha posto, vale a dire se sia meglio essere un mona-furbo o un furbo-mona. Sento che qualcuno già ci sta ragionando sopra, quindi cerchiamo di camminare insieme e di fare, per quel che possiamo, chiarezza.
Fenomenologia del furbo-mona e del mona-furbo
1-Innanzi tutto occorre che i termini in discussioni siano chiari e definiti. Trattandosi di due concetti largamente usati, è necessario ridurli a definizione per evitare confusioni e fraintendimenti. Col termine Mona ci si trova in una situazione complessa.
Cominciamo dal termine MONA. E’ noto a tutti i “padani” orientali che MONA è parola polisemica, vale a dire che ha più di un significato. Non è un caso isolato: pesca non è solo un frutto, ma anche un’attività (rivolta non solo a catturare pesci, ma anche a raccogliere beneficenza), ecc.
Mona può indicare tanto l’organo sessuale femminile, quanto una persona stupida, ingenua, tonta. In entrambi i casi, per dovere di precisione, ricorriamo all’uso reale della parola, estratta dall’uso che ne facciamo.
Va’ in mona- trattasi di augurio con doppia connotazione: scheroso o sprezzante (specie se preceduto da un ma, ma va’ in mona, va’. Qui come altrove, non sono le parole a connotare il significato, ma il tono della voce e la gestualità .
Più specifico nel senso negativo con l’aggiunta di un de to, dove l’espressione diventa va’ in mona de to… e qui si allude di solito alla sfera parentale femminile, dalla sorella, alla zia, dalla cugina alla madre,e per finire, in un crescendo irrefrenabile, alla nonna.
Altra variante si ottiene con l’aggiunta di un de a, per cui si ha va’ in mona de a… e qui si entra nell’ambito del sacro.
Il va’ in mona, con sorriso o ghigno, è anche risposta frequente a battute o scherzi.
Mona può anche significare difficoltà , lo provano espressioni del tipo Sen ‘ndai in mona, Ho avuto un momento de mona, ecc.
Si noti l’estrema versatilità del logos.
Nel secondo caso (mona come stupido, ecc.) le espressioni più usate sono;
Ma situ mona? Espressione che descrive una persona che ha detto o fatto un’assurdità (‘na monada).
No sta far el mona! Espressione minacciosa che censura o critica un comportamento errato.
Quel l’è un mona! Espressione malevola che sintetizza la pochezza del soggetto a cui ci si riferisce.
Possiamo quindi affermare, dopo questa disamina essenziale (ci sarebbe molto altro da dire…), con una certa sicurezza, che Onofrio da Brindisi si riferisce alla seconda accezione del termine, avendo il filosofo più volte affermato che Il mona è mona. Non mancano testimonianze che egli abbia trattato il termine anche nella prima accezione, come si evince dalla sua impostazione esistenziale : l’importante, dopo la salute, è mangiare, bere e ‘ndar in mona, ma trattandosi qui del binomio mona- furbo, non vi possono essere dubbi al riguardo.
Quindi Mona sta per sprovveduto, stupido, pasticcione e anche presuntuoso.
Meno ambiguità porta con sé la parola Furbo. La metafora essenziale del Furbo è la volpe, come le favole ci insegnano in tutta la loro valenza morale.
Il Furbo ha la vista lunga e gioca come un buon scacchista. Mostra una cosa ma ne ha in mente un’altra, ben costruita intorno ad un fine.
Se l’interesse del mona si esaurisce nel presente, quello del furbo si progetta nel futuro.
Quando diciamo di una persona che è furba, usiamo una connotazione in larga misura positiva. Quindi, in conclusione, possiamo dire, definendo, che i termini sono opposti.
2- Ritornando all’interrogativo di Onofrio da Brindisi, meglio essere un mona-furbo o un furbo mona, ci si accorge subito della natura sofisticata della domanda: essa è un doppio ossimoro.
L’ossimoro è una figura retorica che unisce due parole, o espressioni, tra loro in contraddizione.
Viene spesso usata in poesia , nell’arte, e nella politica in genere (..l’estate fredda dei morti…Pascoli, Novembre; …il naufragar m’è dolce in questo mare…Leopardi, L’infinito…le urla del silenzio…si vis pacem para bellum, se vuoi la pace preparati alla guerra..ecc.) per creare un effetto straordinario ed inusuale, che potenzia la carica espressiva.
Nel quesito di Onofrio da Brindisi l’ossimoro doppio si carica suggestivamente di tutte queste connotazioni proprie della contraddizione.
Il mona-furbo è quindi prima un mona, con valore di soggetto, poi è furbo, dove furbo è attributo di mona.
Il furbo-mona invece è prima furbo, con valore di soggetto, poi è mona, dove mona è attributo di furbo.
Ovviamente sono due cose diametralmente opposte.
Il mona-furbo appare come mona in ragione della sua furbizia. Il furbo-mona appare come furbo in relazione al fatto di essere, in sostanza un mona.
La questione si gioca tutta sull’alternanza di due livelli: quello dell’apparenza e quello dell’essere.
L’elemento fondante, nei due binomi, è sempre il secondo termine, che determina anche il primo.
La lingua non è (e non funziona come) la matematica, dove a+b ha lo stesso significato di b+a.
Il mona-furbo è dunque una cosa esattamente opposta al furbo-mona.
Conclusioni
Dopo questa lunga ma necessaria disquisizione, cosa resta della domanda di Onofrio Da Brindisi? Resta l’urgenza di una autoanalisi, che solo soggettivamente si può dispiegare. D’altronde la potenza della filosofia non si mostra nella risposta che dà , ma nei quesiti che pone.
Allora risuoni anche dentro di voi, come interrogativo essenziale, la domanda: ma io sono un furbo-mona o un mona-furbo? L’esercizio che questa domanda pone, e la soluzione a cui porta, non è semplice e non dà risposte conclusive, ma è un buon inizio per conoscersi meglio.
Buona riflessione.
Rodolfo
P.S. Se il risultato vi irrita, affari vostri, io vi avevo avvertito.










giugno 19th, 2006 at 18:46
Ci ho pensato.
Ancora non so se sono talmente mona da sembrare furbo o se sono tanto furbo da sembrare mona. Spero nella seconda.
giugno 19th, 2006 at 21:27
Riepilogando:
Furbo Mona è colui che si crede furbo ma appare (agli altri) mona.
Mona Furbo è chi è mona ma appare agli altri come mona.
Un buon sistema è mettersi allo specchio se ti vedi furbo (apparenza) allora sei mona se invece ti vedi mona allora dovresti essere furbo. Uso il condizionale perchè chi sta allo specchio e si vede mona non mi pare tanto furbo. Allora penso che in realtà siamo alla rotazione pura FURbo-mona -Furbo-mona etc.
D’altra parte in questo momento non mi sento tanto furbo…. ciao
giugno 19th, 2006 at 21:28
Nella seconda riga c’è un errore. Furbo chi lo trova
giugno 20th, 2006 at 21:08
acqua ragazzi, acqua,
forse fuocherello,
ma più acqua.
per Piko. Ora l’errore c’è uncora?
rodolfo